Se vi siete persi le mie altre interviste cliccate qui!

Quando ho deciso di intraprendere questo tipo di percorso non pensavo che sarei arrivato a tanto. Riuscire a intervistare personaggi importanti del panorama italiano. Cometto è tra questi e mi ha stupito, come gli altri del resto, per la sua capacità di rapportarsi tra pari. Non ha lesinato parole duranti i nostri incontri virtuali e mi ha infuso speranza e determinazione. Quindi non posso che ringraziarlo, lasciandovi alle sue parole.

  1. Quando hai iniziato a scrivere?

Ho iniziato quasi all’improvviso nel lontano 1995. I primi due-tre anni non avevo ben chiaro che filone seguire; da lettore onnivoro, mi piaceva tutto, e scrivevo come se tutto fosse mischiabile e le distinzioni di genere non esistessero. Forse avevo ragione? Dopo i primi riscontri e i primi racconti pubblicati, ho cominciato a prendere coscienza di quale poteva essere la mia strada, e mi sono indirizzato abbastanza stabilmente sul fantastico in senso lato.

  1. Ti definisci più uno scrittore del fantastico, piuttosto che horror, perché?

Per l’atteggiamento che ho verso la scrittura. Per me il fantastico è uno stato della mente, una maggiore libertà espressiva, la possibilità di utilizzare tutti i colori della tavolozza in qualsiasi momento. Alcuni miei racconti possono esser fatti risalire all’horror, ma non in modo completo, o diretto, almeno secondo me. Trasmettono inquietudine, ma quasi mai ci si trova dentro violenza o scene splatter; il disagio nasce più dall’atmosfera o dalla psicologia della storia, sta spesso nel non detto. E’ forse più letteratura del terrore che vero e proprio horror, ma, ripeto, scaturisce sempre dalla semplice apertura al fantastico, ne è una delle possibili sfumature.

  1. Hai scritto una moltitudine di racconti, hai un metodo e se sì com’è organizzata la tua giornata?

Parto sempre da un’idea forte, che può riguardare un meccanismo fantastico, o psicologico, o un personaggio, ecc. Poi ragiono sull’idea, ed è come se intorno ad essa si venisse addensando quello che sarà poi lo scheletro del racconto. Arrivati a un certo punto, quando conosco bene i presupposti (idea di base, personaggi, ambientazione ecc.) mi metto a tavolino e parto a scrivere. Molto spesso non so come andrà a finire; questo viene fuori nel corso del racconto. Solo così, penso, si può far si che sia il racconto a decidere come deve concludersi, e non lo scrittore sulla base di una decisione a priori. Questo serve anche a dare la giusta parte ai meccanismi inconsci, che possono uscire quando si procede almeno parzialmente “alla cieca” (quasi con un occhio aperto e uno chiuso), e che se si armonizzano bene spesso danno origine ai pezzi più riusciti e ai finali più sorprendenti. Per quello che riguarda l’organizzazione, non esiste una giornata tipo. Avendo un lavoro che mi impegna molto in termini di energia e di tempo, scrivo soprattutto di sera e nei weekend. A volte anche solo un’ora.

  1. Nella vita oltre a scrivere di cosa ti occupi?

Sono un ingegnere meccanico e lavoro in un’industria dell’automotive. Quanto di più distante dalla narrativa fantastica, potrebbe sembrare a prima vista. In realtà, se ci si pensa bene, più l’ambiente è “serio” e codificato, più l’esplosione del fantastico può essere dirompente e rivelatrice.

  1. Quando hai iniziato a pubblicare?

Ho iniziato nel 1997, con alcuni racconti pubblicati sulla rivista “Inchiostro”. Credo di non aver mai più provato una sensazione simile a quella che m’invase allorché acquistai il numero della rivista e l’aprii alle pagine dove c’era il mio racconto, e vidi il mio nome e cognome lì stampati a indicare l’autore. Quasi non credevo ai miei occhi. Successivamente ho esordito con un vero e proprio libro pubblicando “L’incrinarsi di una persistenza” nel 2004 con le Edizioni Il Foglio di Gordiano Lupi.

  1. Come hai contattato la casa editrice per la pubblicazione?

Alla fine del 2003 scoprii le Edizioni Il Foglio, acquistai alcuni libri, che non mi dispiacquero, e così li contattai via e-mail, mandando loro alcuni miei racconti. A Gordiano piacquero e, con qualche modifica e integrazione, si pubblicò il libro. Devo molto a Il Foglio e a Gordiano Lupi, sia sul piano letterario sia su quello umano.

  1. Hai ricevuto molti pareri negativi all’inizio o è andato tutto liscio?

Pareri negativi ne ricevo sempre, ancora adesso. Io credo che siano importanti per uno scrittore tanto i pareri positivi quanto quelli negativi, purché argomentati e puntuali. I primi servono a dare entusiasmo, in un certo senso sono la “benzina” che ci spinge a continuare a scrivere. I secondi non vanno respinti a muso duro, ma vanno analizzati e compresi, perché spesso mettono in luce vere debolezze o mancanze di un testo, e possono servire a farci crescere.

  1. Sei soddisfatto dei tuoi scritti o vorresti metterci mano ogni volta che li leggi?

Eh, dipende. Una volta che ho pubblicato un testo, lo rileggo subito, e può capitare che mi saltino all’occhio dei passaggi che avrei potuto rendere meglio, ma non sempre succede. Successivamente non lo rileggo più; è come se si separasse da me, diventando un’entità autonoma e indipendente. Prima di pubblicare un testo, invece, rileggo molte volte, anche dopo che è già stato fatto già un editing, e spesso faccio modifiche dell’ultima ora.

  1. Il tuo racconto migliore?

Il prossimo che scriverò. Guardando al passato, forse alcuni pezzi di “Cambio di stagione”, come “Necrosi” o “L’invisibile battaglia”. Ma anche un racconto più recente come “Il signore del giardino”, che ha rappresentato un po’ una novità per me, essendo una storia weird ambientata a Torino nel diciottesimo secolo. Lo si trova nell’antologia “Alia Evo 3.0” curata da Massimo Citi e Silvia Treves, uscita sia in ebook che in cartaceo.

  1. Che progetti hai per il futuro a medio e lungo termine?

Ho un paio di romanzi inediti pronti per la pubblicazione, tra cui il secondo volume della trilogia iniziata con “Michele e l’aliante scomparso”. Insieme al mio agente li stiamo proponendo a vari editori. Ad agosto dovrebbe uscire il primo numero della rivista canadese “The Silent Garden”, che conterrà il mio racconto “La Tierra Blanca”, tradotto dalla bravissima Rachel Cordasco. Intanto continuo a scrivere, soprattutto racconti, e qualcuno dovrebbe uscire su varie riviste e antologie.

  1. Il libro o film che ti ha influenzato maggiormente?

Il libro che più mi ha influenzato in assoluto è forse “Bestiario” di Julio Cortàzar. Da lui ho imparato molto, leggendo sia i suoi splendidi racconti sia i brevi saggi che ci ha lasciato su questa particolare forma di scrittura. Il film è forse “I predatori dell’arca perduta” di Lucas e Spielberg. Lo vidi da bambino, e m’indirizzò per sempre verso il mistero e il fantastico, il meraviglioso.

  1. Parlaci della tua ultima fatica. Heptahedron. Ci puoi raccontare come sono nate le idee per i racconti, se non di tutti almeno di qualcuno?

Ogni racconto ha una sua storia particolare. Rock show, per esempio, è nato dal mio amore per il pop-rock: volevo scrivere qualcosa che unisse il fantastico alla musica che amo. La prima versione includeva gruppi “di nicchia” o quasi, e s’intitolava “The impossibile pop rock festival”. La seconda versione, contenuta in Heptahedron, è per così dire la variante “popolare”, con alcuni gruppi che hanno fatto la storia del rock. Maglia a pois nasce più o meno nello stesso modo: basta sostituire il ciclismo, sport che amo particolarmente, alla musica pop rock. Altri racconti, per esempio “Via da Magniverne”, nascono da rielaborazioni di ricordi personali. Altri ancora, come “Insonnia”, dal mio amore per la matematica e per le strutture geometriche o simmetriche. Eccetera eccetera.

  1. Perché gli autori italiani di questo genere hanno meno visibilità rispetto ai colleghi stranieri?

Risposta difficilissima. Ci sono diverse motivazioni, che concorrono in diversa percentuale e che, probabilmente, s’influenzano anche tra di loro. La mancanza di un vero e proprio pubblico (l’Italia è uno dei paesi in cui si legge di meno); basti pensare che anche gli autori stranieri del genere vengono tradotti con il contagocce. La mancanza, spesso, di coraggio da parte delle case editrici, che invece di rischiare su un italiano magari esordiente preferiscono puntare su nomi stranieri che già hanno avuto successo in patria. Il dominio incontrastato o quasi, nei generi scifi, horror, fantasy, weird ecc., delle grandi produzioni hollywoodiane (o, più di recente, delle grandi serie televisive di case tipo la Netflix), che per forza di cosa “forgiano” il gusto del grande pubblico anche qui da noi, indirizzandolo verso un esterofilia (anglofilia)che si estende anche ai libri di genere (quasi come se un italiano, o un finlandese, o un angolano, non potesse avere la fantasia o la capacità di scrivere un bel libro di genere… perché, poi?). Infine, per riassumere in poche parole secoli di storia, Alessandro Manzoni e Benedetto Croce (non loro direttamente, ma i loro discepoli e come sono stati imposti nelle scuole italiane), nonostante Dante e l’Ariosto.

  1. Acheron books è tra le case editrici che sto seguendo di più al momento. Grandi titoli, come il tuo, e grande qualità. Come è iniziato il vostro rapporto?

Hai ragione: Acheron books punta sulla qualità, e questo è un grande merito. Sono stato contattato direttamente da Samuel Marolla, il gran sacerdote di Acheron, che nell’ormai lontano agosto 2015 mi chiese se avevo qualcosa da proporgli per una eventuale pubblicazione. Da lì La Macchia, la partecipazione a Dark Italy e, infine, Heptahedron. Sono molto grato a Samuel di questa possibilità, che mi ha permesso di conoscere altri scrittori molto interessanti, e che ha generato anche altre iniziative (vedi il collettivo degli “Strän”, formato da un gruppo eterogeneo di scrittori Weird piemontesi che orbitano intorno ad Acheron, per saperne di più: https://www.facebook.com/Str%C3%A4n-il-Neogotico-Piemontese-172574980043585/).

  1. A chi non ti conosce (pochi) cosa possiamo dirgli per invogliarli a leggerti?

Sei sicuro della parola che hai messo tra parentesi? In ogni caso sono sempre stato negato per l’autopromozione. Potrei forse dire: cominciate da La macchia, un racconto lungo pubblicato da Acheron. Costa meno di un caffè, ma se amate Dick, Buzzati e la fantascienza stile Ai confini della realtà, potrebbe fare al caso vostro. E se dovesse piacervi, beh

Ringrazio di cuore Maurizio Cometto per la sua disponibilità, non ho ancora letto tutta la sua produzione ma cercherò di rimediare al più presto, perchè un autore così, non può mancare nella mia biblioteca.

Per chi non ha ancora tutti i suoi lavori e chi è stato miope come me nello scoprire tardi questo grande autore di seguito il link per trovare alcuni dei suoi lavori. E citando Gandalf:  ‘Sciocchi’…cosa state aspettando?

Pagina Amazon di Maurizio Cometto

Se vi siete persi le mie altre interviste cliccate qui!

Annunci

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.