Ho visitato il suo blog e ne sono rimasto colpito, un crescendo d’idee, progetti, realizzazioni che sin dalla giovane età (quattordici anni), ha portato avanti. Poliedrico, perché si evince che è un artista a 360°, in quanto si occupa non solo di romanzi e racconti ma spazia in tutto il settore dell’immaginazione. Sceneggiature, fumetti, musica e traduttore di testi. Insomma, è impegnato in un sacco di attività e gli riescono bene, non c’è dubbio!

La parte che mi ha colpito di più è la descrizione di come lavora, con cosa e come! Prendo atto della mia acerba organizzazione in questo mondo, cui mi sto approcciando in punta di piedi e sicuramente grazie alla sua passione, che traspare con forza, ne farò un esempio per i miei progetti futuri.

 

«Doctor Who in chiave punk»

  1. Quando hai iniziato a scrivere?

Ho iniziato a scrivere con una certa dedizione in parallelo alla mia crescente passione per la lettura, verso i tredici-quattordici anni. I primi libri di cui conservo memoria sono il Dizionario Filosofico di Voltaire, l’opera omnia di Nietzsche e, ovviamente, quella di H.P. Lovecraft. Ricordo il momento in cui lessi Il richiamo di Cthulhu, una sera, sdraiato sul divano: il testo demolì radicalmente il mio senso della realtà e mi lasciò scosso da un terrore senza contorni. Allo stesso modo, lo Zarathustra fu una pipa da crack intellettuale. Credo che le ragazzine e i ragazzini abbiano bisogno di questo tipo di letture. Quando un amico afferma che il pargolo adolescente è troppo giovane per la letteratura seria, urlo: «Penitenziagite!». Inoltre, anche l’argomento “videogame/social VS libri” è in larga parte una sciocchezza: io stesso potevo coniugare positivamente tantissime ore passate a sudare su Doom e un numero equivalente dedicate alla lettura o la scrittura. In diversa proporzione, lo faccio tutt’ora, leggendo in media 150 titoli l’anno. Ritengo che il maggiore viatico per la lettura e la scrittura sia crescere in una casa le cui pareti sono tappezzate da tomi interessanti, in cui i genitori leggono e discutono di quel che gli piace, senza pretendere d’imporlo in quanto Edificante; tutte le iniziative di “educazione alla lettura” da parte di figure d’autorità come la scuola o la famiglia hanno, in genere, il bug essenziale di provenire, appunto, da figure d’autorità.

Il mio testo più antico è del 1997 (io sono nato nel 1983). Si tratta di un romanzo dark fantasy, palesemente ispirato a Nietzsche, intitolato Discendendo la spirale. Il libro conta circa trentamila parole ed è stato abbandonato più o meno a tre quarti del totale. Oltre al titolo, una traduzione maccheronica di The Downward Spiral (il migliore album dei Nine Inch Nails), la storia tratta del vagabondaggio di un sacerdote psicotico attraverso un medioevo fantasy decadente e grottesco, condotto insieme a una ragazzina. Da un certo punto di vista, Paradox è un aufhebung di quel nucleo narrativo. Quanto c’era di interessante nel testo è stato cannibalizzato e riproposto in lavori successivi; il resto è ciarpame adolescenziale lacrimevole.

Al tempo, ero un master di Dungeons & Dragons e, vista la mole di scrittura estemporanea collegata a quell’impegno – la preparazione delle ambientazioni e delle avventure –, mia madre mi suggerì di scrivere un testo o un racconto sugli stessi temi. Dal primo tentativo di scrittura alla prima pubblicazione (Quel fottuto coniglietto giallo, 1999), sono trascorsi alcuni anni di “addestramento”, in cui ho prodotto circa duecentomila parole di racconti brevi, poesie e rudimentali romanzi, completi e incompleti. Questi testi di formazione sono illeggibili, ma sono stati utili per approfondire il medium.

  1. Riesci a mantenerti scrivendo o ti occupi di altro?

Non credo sia possibile, nelle condizioni attuali, vivere di scrittura. Io parlo per l’editoria indie, perché è l’unica che conosco. In base ai contratti standard (fossili di un mondo editoriale ormai estinto, che tuttavia sopravvivono in forma di non morti), l’autore guadagna il 7-10% del prezzo di copertina. Per guadagnare 780€ al mese, ovvero per superare di un pelo la soglia di povertà, dovrebbe vendere circa 15mila copie – ovvero scrivere un fenomenale bestseller all’anno –, ma è materialmente impossibile raggiungere quelle cifre senza una distribuzione efficiente e alcun supporto nella promozione. Gli indie vendono una mediana di 100-300 copie a titolo, con punte di 1000 o 2000 per gli autori che si impegnano di più. Tutto ciò esclude le spese che si affrontano per girare materialmente l’Italia a fare sermoni per festival e presentazioni. Certo, l’autopubblicazione offre una stampella, in questo senso, perché consegna dei margini di guadagno talvolta anche dieci volte superiori; purtroppo, però, è ermeticamente isolata dal mondo letterario vero e proprio. Per me, tutti i problemi dell’editoria indie sarebbero risolvibili con una diversa organizzazione sul piano dell’offerta e non della domanda. Il numero di lettori attuali sarebbe più che sufficiente, se le case editrici si strutturassero in maniera più razionale e interconnessa. Non è questa la sede per approfondire l’argomento, tuttavia, allo stato attuale delle cose, siamo riusciti nel capolavoro di rendere impossibile ciò che è facile attraverso ciò che è inutile.

Per quanto riguarda la mia situazione personale: come tutti gli scrittori indie che conosco, sono un precario che svolge una sequela di professioni in contemporanea, le quali cambiano di anno in anno. Sono entrato nel mondo del lavoro nel 2009, proprio quando l’economia occidentale è implosa, per cui non ho mai conosciuto il tradizionale sistema occupazionale, ma solo la presente orda di predoni cromati e ululanti, come in Mad Max.

  1. Quando hai iniziato a pubblicare?

La prima antologia di racconti, Quel fottuto coniglietto giallo, è uscita per una piccola casa editrice (ora smaterializzata) nel 1999. In seguito, mi sono dedicato esclusivamente ai fumetti fino al 2006, anno in cui ho scritto il mio primo romanzo, Scegli il tuo veleno. Da quel momento in poi, sono riuscito a pubblicare qualcosa ogni anno, più o meno. Nella mia homepage, è presente la mia bibliografia. Tra una cosa e l’altra, ci sono trentacinque titoli. Le prime pubblicazioni sono state nel contempo traumatiche ed esaltanti, perché i giovani autori danno per scontato delle nozioni che scontate non sono. La prima delle quali è forse la più dura da ingoiare: gli scrittori credono di svolgere un mestiere basato sulla competenza (ovvero, basato sull’acquisizione tecnica e culturale, finalizzata alla produzione di un “buon” libro), mentre in realtà ne hanno uno basato sulla rappresentanza, simile a quello dei politici: che il libro sia bello o brutto sul piano tecnico è irrilevante, se non coagula intorno a se un consenso.

  1. Stai pubblicando con Acheron Books? Una casa editrice che seleziona pochi libri l’anno. Come ti senti a rientrare in questi?

La scelta dell’Acheron è intelligente, perché l’eccesso di offerta libraria produce una serie di distorsioni macroscopiche nel settore. Se un editore pubblica cinquanta testi l’anno, non avrà il tempo materiale di seguirne neanche uno, lasciando così che siano gli autori a consumarsi le suole per svolgere un impegno il quale, in linea di massima, non spetterebbe loro (anche perché, spesso, non hanno idea di come svolgerlo). Inoltre, le poche vendite dovute a questa situazione non fanno altro che spingere l’editore a pubblicare più titoli per far quadrare il bilancio, pompando opere che vengono buttate nel mercato senza alcuna cura e sono dimenticate in due settimane. Entro breve, non sei più un editore, ma una tipografia. O, ancor peggio, diventi un editore a pagamento. Ho visto alcuni di essi scivolare in questa spirale senza neanche sceglierla in maniera razionale, per mere esigenze contingenti di sopravvivenza. L’alternativa al banditismo degli EAP è quella di integrare le poche vendite con dei bandi pubblici, ma anche questa strada è una roulette russa: la dinamica tipica è che la vittoria di un bando, da – ad esempio – centomila euro, costringe l’editore a investire di tasca sua, mentre i fondi arriveranno tre anni dopo, quando la sua casa editrice sarà fallita proprio per i suddetti investimenti. Inoltre, credo che le piccole aziende culturali non debbano mai fondare la loro esistenza sulla mano pubblica. Lo stato deve creare infrastrutture per la cultura, non incatenare le case editrici con finanziamenti diretti.

La scelta dell’Acheron di orientarsi sui sei titoli circa l’anno è ottima, perché è in direzione radicale e contraria rispetto a quanto detto sopra. Inoltre, s’integra in maniera virtuosa anche con il nostro modo condiviso di gestire le fiere e le attività sul territorio. In questo modo, la promozione di un titolo non è svolta soltanto dalla casa editrice e dal suo ufficio stampa, ma anche da tutti gli altri autori. Il network umano che ne consegue è cruciale, perché ci permette di conoscerci a vicenda, condividere conoscenza, viaggiare in luoghi che non avremmo potuto visitare altrimenti, collaborare a progetti che non sarebbero mai nati. Ergo, diventa un momento essenziale di formazione e socializzazione. Con tutte le difficoltà del caso, tentiamo di operare in sinergia e siamo nella condizione di poter fare esperimenti e trarne qualche insegnamento. L’Acheron si fonda su long seller che si sforzano di lasciare un segno e produrre discussioni pubbliche, non sul disboscamento industriale dell’Amazzonia finalizzato a riempire i magazzini di libri invenduti perché trascurati, in primo luogo, da chi li ha creati.

  1. Sei un artista a tutto tondo! Non scrivi unicamente narrativa ma ti occupi anche di altro. Puoi raccontarci qualcosa?

Mi sono occupato di fumetto, grafica, musica, game design e molto altro per un motivo estremamente banale: ormai da venti anni circa, tutti gli strumenti per produrre in questi svariati campi sono i medesimi per il primo venuto e per la rockstar mondiale. Parliamo di musica: è sufficiente un investimento di 500€ per avere un synth che rade al suolo le montagne, un DAW – come Ableton – in cui comporre e qualche controller MIDI per suonare. Sono ormai attrezzi così raffinati che un uomo potrebbe fare musica dai 15 ai 90 anni senza mai cambiare setup e passare dalla musica classica alla deep garage anni ’90 al folk pugliese all’extratone. Quindi, ora, l’unico discrimine è la volontà del singolo artista di studiare. La formazione permanente è, com’è ovvio, importante per tutti, ma per un artista è l’aria che respira.

Il mio unico campo specialistico è la letteratura. Tuttavia, esplorare altre arti – anche in modo dilettantesco –è essenziale anche perché si tratta di linguaggi differenti; espandono, quindi, l’alveo del possibile nella mente di chi li pratica. Da ciò ne consegue che aiutano a condensare e chiarificare delle idee inesprimibili a parole, le quali possono essere poi riversate nella letteratura. Anni fa, volendo discutere di geopolitica, piuttosto che un racconto o un romanzo, pensai come il medium più adatto fosse un gioco da tavolo, Sesta Estinzione (purtroppo inedito). La poliedricità in campo artistico, proprio perché è tecnicamente banale da acquisire, è, comunque, condivisa da centinaia di altri scrittori. Da questo punto di vista, stiamo vivendo un nuovo Rinascimento.

  1. Hai ricevuto molti pareri negativi all’inizio o è andato tutto liscio?

Come tutti, ho ricevuto un certo numero di stroncature. Eppure, credo siano utili. Una recensione che afferma «Questo libro è perfetto» non mi offre alcuna informazione su come migliorare la mia produzione in futuro, mentre una stroncatura, anche sgangherata, anche allucinante, può essere utile su molti piani: talvolta, mette in luce un aspetto tecnico che l’autore non aveva mai considerato, mentre altre, semplicemente, offre uno spunto puramente sociologico («Tra i tuoi lettori c’è anche questa categoria di persone»). Per esempio, il mio primo romanzo, Scegli il tuo veleno, è risultato ad alcuni virtualmente incomprensibile, proprio perché utilizzava linguaggi tecnici da varie discipline eterogenee ed io ho effettivamente sbagliato a pretendere dai lettori un così alto livello di erudizione per leggere un libro di fantascienza. Paradox, poi, è stato stroncato per il suo “antifascismo”: la conseguenza ironica è che il movimento NoTAV mi ha invitato al suo festival letterario proprio per quella critica.

Mi dispiace che, per diplomazia, la maggior parte delle recensioni tendano ad essere una sorta di “consiglio per gli acquisti” (o, ancor peggio, di comunicato stampa ridipinto) che nulla dice e nulla produce. Preferisco le analisi, il dibattito, le critiche, anche le stroncature. Dopotutto, per fare una discussione bisogna partire da due punti di vista diversi, altrimenti è un coro.

  1. Sei soddisfatto dei tuoi scritti o vorresti metterci mano ogni volta che li leggi?

La risposta è sì. Ne sono soddisfatto, eppure periodicamente rifaccio l’editing dei miei libri e racconti. Il problema dell’editing è che, virtualmente, ogni scrittore potrebbe continuare a correggere il medesimo libro per sempre. Fortunatamente, lo si fa in fretta e furia in un paio di settimane, poco prima dell’uscita, quindi c’è un limite “hard” alla potenzialità di perdere tempo in minuzie. Comunque, per quanto riguarda i miei libri autoprodotti, gli do una riverniciata ogni tanto: un lettore mi segnala uno strafalcione, oppure lo scopro io, oppure il mio senso estetico è cambiato, per cui preferisco togliere qualcosa o aggiungere altro.

  1. Consiglio per gli esordienti. Se il manoscritto è finito e sembra essere un buon racconto/romanzo, cosa bisogna fare?

La prima cosa è trovarsi un agente. La seconda è costruirsi una presenza online efficiente: una homepage con tutte le informazioni necessarie, qualche brano gratuitamente scaricabile, un profilo social e via dicendo. Poi, mentre l’agente lavora, si può iniziare un altro progetto. Se si è scritto un libro che, per qualche motivo, è adatto a un indie specifico e non a una casa editrice generalista, lo si può proporre direttamente all’editore, ad hoc, avendo bene in mente cosa gli interessa e qual è il suo catalogo. Bisogna, però, tenere in mente che anche gli indie ricevono tonnellate di manoscritti e, per approcciarli, è forse meglio parlare con l’editor, de visu, a una fiera. È necessario proporre il testo in modo sintetico, con un elevator pitch che sia preciso e non sfori il minuto. L’obiettivo del pitch non è raccontare tutta la trama e tutti i personaggi e l’esatta natura del motore protonico impiegato dall’astronave X, ma spiegare in modo terso cosa quel libro porta di nuovo e interessante, magari ancorandolo a qualcosa che l’editore già conosce. Alle fiere, noi usiamo questi elevator pitch per vendere i libri ai lettori, e tipicamente non sono più lunghi di una frase (Paradox, cinque parole: «Doctor Who in chiave punk»). Ci rendiamo conto che è molto difficile vendere libri, magari anche belli, privi di un high concept facilmente e velocemente presentabile. Se, invece, si è prodotto un testo che, per vari motivi, risulta invendibile per canali tradizionali («Ho scritto un saggio-romanzo modernista di 500 pagine sulla sessualità delle anatre»), è un buon momento per tentare l’autopubblicazione: è molto formativa perché illustra all’autore tutte le fasi necessarie per la produzione di un libro. Avrà, così, modo di studiare come si fa un corretto editing, una copertina, l’impaginazione, i vari formati di stampa, un po’ di ufficio stampa e di promozione.

  1. Il tuo racconto migliore?

Il mio testo migliore è Anticristo Americano, ma è ancora inedito. È un romanzo storico, ambientato nella California del 1952. Tratta della morte dello scienziato/stregone/proto-hippie/comunista Jack Parsons, una sorta di Che Guevara del mondo dell’occultismo del Novecento, nonché fondatore del Jet Propulsion Laboratory, l’azienda che ha recentemente spedito il drone Curiosity su Marte. Un giorno d’estate, è saltato in aria insieme al suo appartamento. Non ci sono spiegazioni chiare sul suo destino, ma una grande quantità di ipotesi stuzzicanti.

 

  1. Stai scrivendo in questo periodo?

Sto iniziando le ricerche per un romanzo sul traffico d’armi in Sardegna negli anni ’90. Se tutto va bene sarà pronto in inverno (nota bene: non va mai tutto bene). Sto lavorando a un altro volumetto di traduzioni lovecraftiane, simile a Cthulhu e Rivoluzione: questa volta si parla del suo rapporto con la letteratura latina. Ho scritto per il 30% circa una storia interattiva in HTML. Si tratta di un thriller soprannaturale astratto, se ciò significa qualcosa. Sto raccogliendo materiale per un breve saggio scritto nello stile dello speculative realism. Allo stesso modo, sto raccogliendo materiale per il secondo volume di Armi Narrative Sperimentali. In questi anni, sono stato molto impegnato in attività extra-letterarie, quindi, anche riuscire a chiudere la metà di questi progetti entro dicembre sarebbe un trionfo.

  1. Libro o film che ti ha influenzato maggiormente?

Fin troppi. Come dicevo, ho iniziato a scrivere per colpa di HPL. Ho cominciato a sceneggiare fumetti per colpa di Transmetropolitan di Warren Ellis. Mi sono interessato di politica in seguito ad American Tabloid di Ellroy. The Western Lands di William Burroughs ha avuto una estrema influenza su Paradox. Il film Tepepa su Quel che disse il tuono. The Mosquito Problem & Other Stories su Domani. La trilogia Illuminatus! di Robert Anton Wilson e Robert Shea su Scegli il tuo veleno. Le opere di Aleister Crowley su Anticristo Americano. Space Prison di Tom Godwin su Strike Force Therion, di prossima pubblicazione. The Cartel di Don Winslow sul romanzo che sto scrivendo. Di solito, metto una bibliografia alla fine di ogni romanzo perché le fonti di ciascuno  sono dozzine di altri libri.

  1. So che sei organizzatissimo, leggendo sul tuo blog ho trovato ispirazione sia nel metodo, sia negli strumenti. La carrellata che fai su quello che usi è diventata la mia. Scrivener non sapevo neanche che esistesse, per cui grazie! Vuoi raccontarci qualcosa in merito a chi ci sta leggendo? Com’è organizzata la tua giornata?

Ho già scritto in altra sede una scansione dettagliata della mia tipica giornata di lavoro, e chi è interessato può andare a ricercare l’articolo da te menzionato sulla mia homepage. Più che altro, dovrei aggiornarlo, perché il sistema è in perpetua evoluzione. Ora ho automatizzato il mio modo di prendere appunti, per cui fotografando la pagina di un libro, mi trovo un estratto digitale del testo direttamente in archivio. Inoltre, l’automazione è essenziale e pervasiva nel mio sistema: se mi trovo a svolgere la stessa azione per tre volte di fila, faccio sì che sia il computer a compierla da sé, mentre io mi occupo di faccende più interessanti. Ho aggiunto un terzo schermo al computer, così da avere le informazioni necessarie a scrivere sulla sinistra, il word processor al centro e un media center/servizi ausiliari sulla destra. Ho creato un paio di tool utili a valutare se la struttura della trama sia efficiente e altri dedicati alla creazione stocastica di plot, worldbuilding e personaggi. Ho un processo di editing molto più efficiente di prima. Ho un sistema di backup indistruttibile. Ho trasformato una semplice applicazione di reminder chiamata Agenda in una sorta di micro Wikipedia colma di dati utili. Insomma, penso che uno scrittore debba costruirsi gli strumenti più adatti alle sue esigenze contingenti: siccome lavoriamo con le parole e non con l’acciaio fuso, talvolta basta un semplice detournement di un’applicazione creata per altri scopi a risolvere il problema. D’altronde, penso di essere tra i pochi ad avere un approccio così hi-tech alla disciplina. Vedo che la maggior parte degli autori procede alla grande con Word o, addirittura, un grosso taccuino e una penna.

Per quanto riguarda il lato umano della faccenda: è sufficiente darsi delle scadenze giornaliere e rispettarle. Scrivere un libro non è molto diverso da un lavoro d’ufficio su questo frangente.

 

  1. Paradox è uno dei libri (preso dal sottoscritto al Cartoomix 2018, con tanto di tua dedica) che mi ha spinto verso la letteratura made in Italy. Un ottimo romanzo. Costruito bene, avvincente e che non perde il ritmo in nessun paragrafo, costringendo il lettore a finirlo in pochissimo tempo. Raccontaci qualcosa che non sappiamo. In quanto è stato scritto? A chi o che cosa ti sei ispirato?

L’ho scritto in quattro-cinque mesi, sforando i tipici novanta giorni per romanzo a cui sono abituato. A metà del libro, mi sono reso conto che il soggetto non avrebbe potuto reggere e l’ho dovuto cambiare, fare altre ricerche e revisioni. Ho continuato a inserire idee pazze per tutta la stesura, con ampio uso di retconning per far tornare i conti. Il problema è che un testo come Paradox è un magnete per la bizzarria: qualsiasi stranezza letta o udita in quei mesi è finita nel testo, il quale ha continuato a mutare anche dopo la sua conclusione. Il manoscritto consegnato alla Acheron era alla sua settima revisione radicale.

Il romanzo è platealmente basato su The Invisibles e Doom Patrol di Grant Morrison, oltre a una sfilza di varie influenze stilistiche, come il già citato Burroughs. Quello che non molti sanno è che Paradox costituisce, a livello metanarrativo, la mia Torre Nera: ovvero, è profondamente innervato e correlato a tutti gli altri miei romanzi del fantastico e tutti possono essere ricondotti ad esso. Naturalmente, sarà più evidente con i successivi volumi. In principio, la serie contava dieci novelle. Le prime due si sono coagulate nel romanzo pubblicato dalla Acheron ma, appena avrò tempo (cioè mai), intendo lavorare ai sequel.

 

  1. I giochi di ruolo, quanto hanno influenzato la tua narrazione e immaginazione?

Come dicevo, è nato tutto da lì. Inoltre, anche se ho smesso di giocare da molto tempo, continuo a leggere dozzine di manuali ogni anno. Sono uno strumento narrativo cruciale. Ogni scrittore del fantastico dovrebbe avere un archivio con tutti i GURPS in circolazione e sarebbe sufficiente quello per dargli un’infarinatura di ogni possibile genere e ambientazione, con annesso approfondimento opzionale, risorse e spunti. Inoltre, i nuovi sistemi indie “narrativisti” (come Fiasco, Durance, il Freeform americano e norvegese, tutta la produzione Pelgrane Press e via dicendo) sono studi sperimentali sulla struttura del plot che ogni autore dovrebbe conoscere.

Io sono stato, da adolescente, DM e giocatore della prima edizione italiana di Basic D&D, poi passato a AD&D 2E. Già la terza edizione, uscita nel 2003, è troppo cool e giovanile per i miei standard. Le ambientazioni di Ravenloft, Dark Sun e, soprattutto, Planescape hanno plasmato il mio immaginario in modo permanente. In quegli anni, ho anche avuto modo di vivere da giocatore e master Il Richiamo di Cthulhu, GURPS, Vampire The Masquerade e Cyberpunk 2020. In seguito, dopo aver smesso di giocare, ho continuato a leggere praticamente tutto il materiale relativo a questi titoli e le loro case editrici. Tra gli RPG che più mi hanno colpito, in seguito, ci sono stati Over The Edge, Unknown Armies, Kult, tutta la produzione di Monte Cook, Ken Hite, Robin D. Laws, Jason Morningstar, ma anche micro-titoli indie come Microscope della Lame Mage Studio, divenuto poi uno strumento da me impiegato per il trattamento dei romanzi.

È stato naturalmente un grande onore quando Andrea Atzori e Tim DK hanno deciso di includere due miei personaggi da Paradox e da Rovine (di prossima pubblicazione) nel loro gioco di ruolo Multiverse Ballad, un sistema basato su Fate che, nella sua apertura a ogni possibile scenario, ha la portata prometeica di un GURPS liberato dalle 7000 pagine di tabelle e sotto-regole.

Se volete sbirciare nel suo profilo  cliccate qui!

L’articolo dedicato a lui e al suo libro  Paradox lo trovate qui! Perdonatemi se la scrittura risulta più grezza rispetto al presente, non è passato molto ma ho avuto ottimi insegnati nel mentre. Inoltre qui potete trovare tutti i lavori dell’autore!

Ancora un grazie perchè ha dedicato molto del suo tempo,

Tutte le interviste agli autori di @Walter Fabia

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