Nasce nel 1982 in provincia di Torino. All’attività di scrittore affianca quella di editor e traduttore. Nel 2008 inizia a collaborare con la Dagon Press per cui cura e si occupa delle traduzioni delle raccolte Rivelazioni in nero (2010) e Ritratti al chiaro di luna (2010), di Carl Jacobi. Tra le sue altre traduzioni più importanti i romanzi I vermi conquistatori di Brian Keene (Edizioni XII, 2011; Mondadori, 2014) e Torture sottili di Lisa Mannetti (Kipple Officina Libraria, 2016).

Come scrittore si impone all’attenzione del pubblico come vincitore di molti concorsi letterari, tra cui il trofeo RiLL due volte, nel 2010 e nel 2012, e il premio Hypnos nel 2016. Nel 2014 e nel 2015 vengono pubblicati due volumi dal titolo Oscure Regioni, antologia di venti racconti in due volumi edita da Wild Boar Edizioni, che si configura come un disturbante viaggio regionale alla scoperta delle leggende e delle creature dell’immaginario folcloristico italiano.

Suoi racconti sono stati pubblicati in America, Irlanda e Sud Africa.

“discesa orizzontale nei meandri dell’altro, dove i luoghi sono vuoti e contemporaneamente densi della materia dei sogni”

 

  1. Quando hai iniziato a scrivere?

Ciao Walter, e innanzitutto grazie per questa intervista!

Ho iniziato a scrivere presto, ricordo ancora la prima volta in cui mi sono seduto al tavolo con penna e quadernino per scrivere una storia “mia” che non fosse il solito tema scolastico, potevo avere undici o dodici anni, e già allora si trattava di un raccontino horror.

Le cose hanno cominciato a farsi “serie” durante gli anni del liceo e dell’università, quando ho iniziato a frequentare forum di scrittura ed editoria per scambiare opinioni e consigli con altri appassionati. Ricordo con particolare affetto i forum de La Tela Nera, Scheletri ed Edizioni XII, fondamentali per la mia formazione di scribacchino. Un bel periodo di scoperta e confronto in cui ho conosciuto diverse persone interessanti con cui sono amico tuttora.

Un contributo notevole arrivò anche da diverse collaborazioni col mitico Pietro Guarriello della Dagon Press, un vero esperto di narrativa horror e weird che seppe consigliarmi e incoraggiarmi.

  1. Hai scritto una moltitudine di racconti, hai un metodo? Com’è organizzata la tua giornata?

In tutta sincerità non ho un vero e proprio metodo, se non quello di cercare di scrivere il più possibile, tutti i giorni, compatibilmente con lavoro, ispirazione e impegni quotidiani. A volte parto da una scaletta dettagliata del racconto, ma devo dire che non succede quasi mai. Preferisco iniziare da un’idea, da un’immagine, da un abbozzo di incipit o addirittura da un finale, e da lì proseguire lasciando che sia la storia a plasmarsi da sé, seguendone gli sviluppi come se stessi esplorando una zona buia e sconosciuta della città, che poco a poco rivela i suoi anfratti e le sue svolte per condurre a una meta.

  1. Oltre alla realizzazioni di mondi oscuri, di che altro ti occupi?

Mi piacerebbe poter dedicare la maggior parte del mio tempo alla creazione di universi malevoli e bizzarre creature, ma ahimè, i mostri e gli orrori cosmici non pagano le bollette, l’affitto e gli sfizi. Mi procuro quindi da vivere nel mondo impiegatizio, che in quanto a perversione e cupezza non ha nulla da invidiare ad alcuni testi del genere che amiamo. Come si può capire da molti miei racconti, è una fonte di ispirazione continua!

  1. Quando hai iniziato a pubblicare?

Non vorrei sbagliarmi, ma credo che la mia prima pubblicazione risalga a una dozzina di anni fa. Una raccolta collettiva di racconti erotici. Un testo che adesso non farei leggere nemmeno al mio peggior nemico, ma da qualche parte bisogna pur cominciare.

Quella che però considero la mia prima pubblicazione ufficiale risale al 2010. Bialere – Storie da Idrasca, un’antologia di racconti ambientati nella Bassa piemontese, dove sono cresciuto. Self-publishing, esclusivamente formato digitale, quindi ho fatto tutto da solo, con la collaborazione di due amici per l’impaginazione e la realizzazione della copertina. All’epoca mandai “Bialere” a Danilo Arona, che considero fonte d’ispirazione primaria per la nascita degli orrori idraschesi, e gli chiesi che ne pensasse e se fosse disposto a scrivere una breve introduzione al volume. Danilo gradì l’antologia e scrisse la splendida intro, cosa di cui gli sarò sempre grato. Danilo è un grandissimo del fantastico nostrano e il suo apprezzamento fu una bella infusione di positività.

  1. Il racconto vincitore del tuo primo concorso come è stato editato? Da terzi o direttamente da te?

No, nessun editing esterno, ho revisionato il testo più e più volte, cercando di applicare i “trucchi” appresi grazie ai forum e al confronto con altri scrittori.

  1. Hai ricevuto molti pareri negativi all’inizio o è andato tutto liscio?

Ne ricevo tuttora, per fortuna. All’inizio devo dire che ho ricevuto un sacco di pareri negativi, ma formativi. Nei forum che frequentavo, in particolare quello di Edizioni XII, c’era davvero la volontà di aiutare gli altri migliorarsi. Penso di aver avuto la fortuna di incrociare delle belle persone, disponibili e aperte al dialogo, oltre che dei bravi autori ed editor.

Ricordo ancora un racconto con cui partecipai a un concorso de La Tela Nera. S’intitolava “Cipolle” e si classificò penultimo. Pensai: “Be’, penultimo, mica male, non sono proprio da buttare!”

Difficile che qualcosa fili liscio, specialmente se si è molto autocritici (e bisogna esserlo), specialmente se si decide di dedicarsi a un genere di nicchia com’è l’horror in Italia.

  1. Sei soddisfatto dei tuoi scritti o vorresti metterci mano ogni volta che li leggi?

Non sono mai soddisfatto di ciò che produco. Mai completamente, almeno. Tant’è che procedo a innumerevoli revisioni del testo, sino a sfiancarmi. Sposto una virgola, la sposto ancora, modifico un dialogo, cerco un sinonimo che suoni bene nel contesto della frase, provo a cambiare il ritmo della narrazione, elimino una ripetizione, e così via, finché non sono soddisfatto, finché non intravedo una sufficiente maturità nel testo. In modo da poterlo “lasciare libero” e in grado di reggersi sulle sue gambe, non so se mi spiego. Credo sia un procedimento fondamentale per poter offrire un prodotto dignitoso all’editore, prima, e poi al lettore, che è l’anello più importante di questa catena.

  1. Passiamo a qualche consiglio per gli esordienti: se il manoscritto è finito e sembra essere un buon racconto/romanzo, cosa bisogna fare?

Non farsi prendere dalla foga della pubblicazione. Rileggerlo. E non chiedere un parere ad amici e parenti, che nel 99% dei casi daranno un giudizio positivo incoronandovi nuovo Clive Barker. Rileggerlo e correggerlo ancora. E ancora. E ancora. Valutare la possibilità di affidare il testo a un editor professionista. Selezionare una rosa di possibili case editrici a cui inviare il manoscritto, ma solo quando ci si è stufati di rileggere, correggere e riprendere in mano ciò che si è prodotto.

  1. Quali sono, se ci sono, le regole non scritte per riuscire in questo mondo?

Qui è doverosa una premessa. Dipende da cosa si intende con quel “riuscire”. Se per “riuscire” intendi pubblicare, anche “ad minchiam”, giusto per poter dire “Wow, ho pubblicato, sono uno scrittore!”, non è poi così difficile. Non ho idea di quante siano le case editrici che pubblicano narrativa fantastica in Italia, ma sono parecchie. Quelle valide, che pongono attenzione al prodotto, però, sono poche. Tutti scrivono, pochi leggono e pochi conoscono davvero il genere, ed è un delirio di piccole case editrici che nascono e muoiono, pubblicando nel loro breve arco di vita prodotti mediocri o pessimi. C’è un gran caos, e molte di queste piccole realtà che si spacciano per la casa editrice definitiva sfruttano la foga di pubblicare per approfittarsene. Magari chiedendo un contributo all’autore, rilasciando quasi sempre un prodotto di scarsa qualità. Se per “riuscire” invece intendi avere un buon successo editoriale, vendere qualche migliaio di copie e magari campare di scrittura, posso solo risponderti che è molto difficile, specie se ti occupi di narrativa fantastica e in particolare di horror duro e puro. Il mercato è saturo, centinaia di nuovi libri di genere vengono sfornati ogni giorno, ma come dicevo prima, c’è talmente tanta roba che diventa sempre più difficile riconoscere la ciofeca dal prodotto valido.

Qualche anno fa avevo una visione più positiva della situazione. Adesso quello che all’epoca mi sembrava fermento si è trasformato in un delirio, un calderone in cui in tanti si tuffano per cercare di trarre il maggior profitto e visibilità possibile, situazione che affossa le case editrici davvero valide e i buoni libri. Posso dirti cosa significa per me “riuscire”. Per me riuscire da un punto di vista editoriale significa pubblicare con una realtà consolidata e apprezzata dell’editoria di genere, offrire un buon prodotto al lettore, un volume editato professionalmente, curato dal punto di vista grafico e dall’impaginazione. E soprattutto credo che “riuscire” significhi concepire delle storie divertenti, interessanti, paurose e originali. Questo è quello a cui punto quando parliamo di “riuscire”. Ci vogliono anni di gavetta e applicazione per riuscire a togliersi qualche soddisfazione. E per me la più grande soddisfazione è ricevere una mail da un lettore sconosciuto, del tipo: “Sai, ho letto quel tuo libro. L’ho trovato scritto molto bene e mi ha fatto paura, mi sono cagato addosso!”

Il feedback dei lettori è la cosa più importante. Permette una sorta di confronto, ed è bello sapere che qualcuno si sia interessato al testo cui abbiamo dedicato tempo, sudore e sforzo creativo. Quel testo è un pezzetto di noi, e se qualcuno lo legge trovandovi un’ora di svago, degli spunti di riflessione, un attimo di sano sgomento… be’, credo sia grandioso, una specie di magia che unisce due estranei, scrittore e lettore.

  1. Ancora un consiglio a chi tenta di farsi conoscere, che cosa deve fare?

Scrivere, leggere, stare con i piedi per terra, confrontarsi, sviluppare uno stile e una visione personali, e scrivere, per il puro piacere di scrivere. Se ci si crede e ci si applica, è possibile ottenere dei piccoli ma sfiziosi risultati.

  1. Il tuo racconto migliore?

Non so dirti quale sia il migliore, ma ce ne sono un paio di Oscure Regioni a cui sono particolarmente legato, perché trattano temi molto personali e difficili, e sono dei racconti catartici, che in qualche modo mi hanno aiutato a tirare avanti, a buttare fuori del marcio che sobbolliva da tempo. Scrivere può essere un processo doloroso e liberatorio.

  1. In quanto tempo è stato scritto Uironda?

Direi un paio di anni, senza considerare due racconti che erano già stati pubblicati in precedenza. E ci tengo a sottolineare l’ottimo lavoro di Kipple e di Andrea Vaccaro, il curatore dell’antologia, che ha mosso i fili di Uironda e fatto scelte importanti, come coinvolgere nel progetto Franco Brambilla, illustratore Urania e non solo, autore della cupa e magnifica copertina.

  1. Ho visto che stai presentando il tuo libro, in che città potremmo venire a trovarti?

Non faccio molte presentazioni, non ho un seguito tale da giustificarlo, ma ogni tanto ci scappa la presentazione in librerie specializzate in narrativa di genere. In tal senso, sono da poco stato alla Miskatonic University di Reggio Emilia per presentare Uironda, l’antro definitivo per l’appassionato di letteratura fantastica, gestito da persone splendide e competenti. Dopo l’estate dovrebbe spuntare qualche altra occasione per presentare Uironda, staremo a vedere.

  1. Stai scrivendo in questo periodo e se si ci può anticipare qualcosa?

Sì, dopo aver concluso il mio primo romanzo, al momento in cerca di editore, ho tirato un po’ il fiato e ho ripreso a dedicarmi ad alcuni racconti che mi chiamavano da tempo. E poi c’è in cantiere un romanzo che in qualche modo si collegherà a Bialere, tornerò nelle “mie” zone insomma, tra streghe, zanzare e lugubri pioppeti.

  1. Che cosa legge uno scrittore come te?

Più del cinquanta per cento di quello che leggo è narrativa dell’orrore, weird e fantastica, in particolare autori poco conosciuti e in lingua inglese, oppure seguo le realtà italiane che reputo più valide. Il resto delle letture… be’, dipende dai periodi. Da qualche tempo sto leggendo molti libri di avventura, spedizioni in solitaria e alpinismo. Consiglio “Nelle foreste siberiane” di Sylvain Tesson, letto da poco, un affresco potentissimo sul valore della solitudine e del rapporto uomo-Natura.

  1. Il libro o film che ti ha segnato in maniera indelebile?

Domanda molto difficile, quindi “mi allargo”. Se devo scegliere un film, direi “Dawn of the Dead” di Romero, perché fu uno dei primi, e sicuramente il più traumatico, incontro con l’universo horror. È stato lì, spiando il film dalla porta della cucina mentre lo stava guardando mio padre, che è nata questa bruciante passione.  “Quando i morti camminano, signori, bisogna smettere di uccidere… o si perde la guerra”.  Da brividi. Poco dopo vidi “La Cosa” di Carpenter, e a quel punto ero davvero fottuto, divorato dalla curiosità verso questo oscuro e bizzarro universo. Per quanto riguarda la letteratura direi che furono fatali le edizioni Newton & Compton “100 pagine 1000 lire”.  Bierce, Maupassant, Hodgson, Poe, Le Fanu, Lovecraft…

Anche l’incontro con la mitica rivista Splatter di Paolo Di Orazio fu un bello schiaffone, considerato che all’epoca ero davvero giovine…

  1. L’ombra di Lovecraft nei tuoi racconti si percepisce sia nella terminologia (nel tuo caso fluida) sia nella trasposizione di entità antiche. Lovecraft si presta a essere interpretato, ma è difficile farlo con la tua eleganza. Cosa ne pensi?

Innanzitutto ti ringrazio. Come per qualsiasi appassionato di un certo tipo di narrativa, anche per me Lovecraft è stato un passaggio fondamentale, una sorta di chiave magica per aprire il chiavistello del mio immaginario. La sua influenza è innegabile tutt’oggi, su buona parte della narrativa fantastica moderna aleggia ancora il suo spettro. Quando ho iniziato a scrivere, i miei racconti erano fortemente debitori nei confronti di Lovecraft o di Poe. Credo sia normale, iniziare “scopiazzando” quelli che consideriamo i nostri miti. Poi poco a poco ho cercato di sviluppare uno stile personale, di evolvere, com’è logico, ma è fuor di dubbio che alcuni tratti lovecraftiani siano rimasti nella mia narrativa: il concetto dell’ineluttabilità del Male, di forze aliene e incomprensibili che pulsano appena dietro il velo della normalità, l’atmosfera di malessere cosmico, l’uso di termini desueti e una particolare attenzione per le sequenze descrittive.

  1. Uironda è incredibile, proprio come gli altri tuoi racconti, ma nascono, così sembra, da idee molto semplici. Una formica, una crepa, un camionista perso nella nebbia… Come nasce questa metamorfosi della realtà?

Ogni cosa può essere fonte d’ispirazione. Un incubo (il termine “Uironda” proviene proprio dal mondo onirico), il suono del telefono nel buio della notte, una notizia al telegiornale, una vecchia storia del folclore raccontata da una zia, uno scorcio inquietante colto dal treno in corsa…

Gli orrori dei miei racconti sono lo spettro dei mali e delle angosce che ci affliggono, una loro incarnazione e sublimazione. La paura della morte, del diverso, della malattia, l’incomunicabilità, il disagio mentale, la vecchiaia, il timore per ciò che non conosciamo, l’ignoranza… E hai ragione, parto sempre da idee molto semplici, dalla quotidianità, da situazioni normali o addirittura banali, per poi innescare la miccia dell’orrore. Anche le nostre esistenze funzionano in questo modo: a periodi di apparente tranquillità seguono avvenimenti che possono stravolgere nel giro di pochi minuti il normale corso del quotidiano, trasfigurarlo, a volte senza possibilità di ritorno. Per quanto il progresso e la società ci abbiano condotto a credere in una relativa sicurezza, siamo sempre affacciati sul baratro dell’Ignoto, e credo che la narrativa fantastica e di paura ci permetta di dare una sbirciata in quell’abisso, che ci repelle e affascina dalla notte dei tempi.

 

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