Giappone. Anzi, Grande Impero dell’Asia dell’Est: uno stato governato da un regime dittatoriale contrapposto a una, a quanto sembra, corrotta e decadente nazione Americana. In un futuro non troppo lontano, una volta l’anno viene scelta una classe di ragazzini della scuola media e li si forza a partecipare a un macabro e granguignolesco gioco: la Battle Royale. Per chi non lo sapesse, questo termine è utilizzato nel mondo del wrestling per indicare un combattimento tra tanti lottatori che continua fin quando non rimane un solo vincitore.

battleroyale2_original.jpg

Se l’idea vi fa venire in mente similitudini hollywoodiane sappiate che sto dalla vostra parte, ma considerate che stiamo parlando di un romanzo del 1999, scritto da Koushun Takami, autore giapponese che sembra aver scritto nella sua carriera solo questo romanzo: un culto in madrepatria.

A mio avviso, siamo davanti alla classica idea tremendamente originale, ma sviluppata malissimo. Leggere Battle Royale è stata una faticaccia, soprattutto a causa di uno stile di scrittura ridondante all’inverosimile e di personaggi piatti e al limite del caricaturale. Per il primo punto, sinceramente non so che dire: le mie esperienze con la letteratura giapponese si limitano a Koji Suzuki (per chi non lo sapesse, autore della saga di The Ring e dell’antologia Dark Water), quindi mi è impossibile stabilire se il mio malessere sia da imputare al modo di scrivere giapponese, alla traduzione o semplicemente al fatto che il buon Koushun ci sappia fare poco.

Al contrario, è immediato individuare nei personaggi stereotipi classici: l’orfano, la stella dello sport, il buffone della classe, il mago dei computer, il delinquente.

Unico punto di forza: le scene di sangue. A quanto pare, i modi in cui dei ragazzini di terza media potrebbero uccidersi tra loro sono molto vari, dalle mitragliate ai colpi di falce o balestra, e Takami in questi momenti riesce veramente a coinvolgere il lettore.

battle-royale-movie-2000-film-philosophy-1024x568.jpg

Un po’ poco, direte voi. E allora perché scriverci su un articolo?

Perché da un romanzo, a mio avviso, mediocre è stato tratto un gran film a opera del regista Kinji Fukasaku. Il film riesce dove la letteratura ha fallito (uno dei pochi casi che mi sono capitati sottomano) e ci restituisce una storia delirante e sanguinolenta che lascia sgomenti. Non è un caso che il sommo Tarantino sia un estimatore della pellicola e abbia scelto l’attrice Chiaki Kuriyama per interpretare il folle personaggio di Gogo Yubari in Kill Bill.

L’essenza e il significato del film sta tutto in una delle scene iniziali, in cui il maestro (Takeshi Kitano) mostra ai ragazzi un video didattico in cui si dettano le regole del gioco: in maniera estremamente caricaturale, la ragazza del filmato spiega che solo uno dei ragazzi rimarrà in vita. E lo fa col sorriso sulle labbra.

In questo gioco è proiettata l’ansia di una società votata all’eccellenza a tutti i costi e la frustrazione adolescenziale che ne deriva è portata alle estreme conseguenze, mentre in sottofondo la musica classica celebra il bagno di sangue quasi come manifestazione artistica.

Anche la pellicola ha tuttavia dei difetti. Ci sono momenti in cui i personaggi sembrano usciti da un manga (gente che a dodici anni guida navi e hackera sistemi informatici governativi, mah!), non si capisce perché in una dittatura autocratica debbano essere usate armi di fabbricazione straniera o perché i ragazzi pratichino sport tipicamente americani. Ciò non toglie però nulla alla godibilità del film, che rimane uno dei picchi della produzione pulp orientale in quanto a originalità.

E veniamo al punto cui accennavamo all’inizio. Chiunque abbia visto il film o letto il romanzo e abbia un minimo di dimestichezza con la cultura young adult americana non può non aver notato le “somiglianze” (coff coff, scusate la tosse) con una ben più celebrata saga: Hunger Games. In rete il pubblico si divide. C’è chi grida allo scandalo per il plagio e chi, da fan fedele, fa notare come nell’opera di Suzanne Collins l’aspetto distopico sia più sviluppato, che i personaggi siano più veri, eccetera eccetera.

katniss

Potrei anche essere d’accordo con questi ultimi difensori, ma la realtà è che le similitudini sono veramente troppe, al di là dell’idea base di partenza: la conta dei morti alla fine della giornata, le zone della mappa che vengono vietate a rotazione, individui che partecipano al gioco per scelta, il tracciamento degli spostamenti dei partecipanti. È impossibile, per qualcuno che abbia visto prima Battle Royale, dire che Hunger Games non ne sia una copia spudorata: non credo che l’autrice abbia mai letto Koushun Takami, ma che abbia almeno visto il film è palese. Ha aggiunto tutta una società ambientata in futuro distopico? Capirai, non è che si sia sforzata molto. In più, viene propinato lo stesso schema di eventi per tutta la trilogia. Ha migliorato la storia inserendo sottotrame che coinvolgono di più i personaggi? Il triangolo lei, lui e l’altro. Non l’avevo mai visto prima, complimenti.

Correttezza vuole che io precisi di aver visto solo la trasposizione cinematografica di Hunger Games, ma sento di poter dire almeno due cose: recuperate Battle Royale e non negate l’evidenza.

Web – https://flaviotorba.wordpress.com

Twitter – https://twitter.com/FlavioTorba

 

Annunci

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.