Parlare di e con questo autore per me è un vero piacere. Conosciuto tramite l’antologia Dark Italy pubblicata da Acheron Books, presente con un suo racconto, mi ha subito conquistato. Ora, a distanza di mesi, è l’autore che più di tutti viene stolkerizzato dai miei messaggi, per chiedere consiglio o semplicemente per esprimere un mio parere su questo o quello. Essendo una persona colta ed educata non mi ha ancora bloccato!

Tralasciando il mio pessimo humour nero e la mia solita predisposizione a dilungarmi, vi lascio alle sue parole.

 

  1. Domanda secca: Chi è Davide Mana?

 

Che domanda complicata. Se sono ciò che ho studiato per essere, allora sono un geologo e paleontologo, con una breve e avventurosa carriera come ricercatore e insegnante in varie università Italiane. Se sono ciò che faccio per pagare i conti, sono uno scrittore, traduttore e creatore di giochi. Se sono ciò che mi piace fare, sono un appassionato di letteratura di genere e di storia, uno “con troppi interessi.”
Per i miei vicini sono probabilmente “quel tipo strano che vive in quella casa ed esce solo di notte.”

 

  1. La tua prima collaborazione?

Come scrittore, il mio primo lavoro pubblicato professionalmente fu un lungo articolo sulla biologia degli Shan (anche noti come Insetti di Shugghai), dai racconti di Ramsey Campbell, per un volume intitolato Delta Green: Countdown. Era il 1999, l’editore era Pagan Publishing di Seattle. E si trattava di una collaborazione, col mio amico Adam Crossingham.

  1. Sei uno scrittore attivissimo, presente sui Facebook, Twitter, pubblichi su Amazon e attraverso case editrici importanti. Ma non tutti sanno che sei attivo anche su Patreon? Di che cosa si tratta?

Patreon è una piattaforma per il mecenatismo: i fan possono sottoscrivere un abbonamento mensile, per finanziare le attività di autori, musicisti, artisti eccetera. I miei supporter mi pagano in buona sostanza uno stipendio, e mi mettono in condizione di poter scrivere con qualche pensiero in meno per le bollette e le rate del mutuo. In cambio ottengono degli extra esclusivi, che vanno dal vedere delle anteprime e dei dietro le quinte del mio lavoro, ad avere sconti sui miei libri o ebook in regalo, fino a sessioni in chat per chiacchierare del più e del meno. È uno strumento estremamente potente, e crea un fortissimo senso di responsabilità – sapere che c’è chi è disposto a versarci un fisso pur di leggere ciò che scriviamo è una spinta colossale a non mollare.

  1. Perché scrivi?

Risposta banale: per pagare i conti.
Come ho detto, io sarei un ricercatore o un insegnante. Ho interrotto l’attività per accudire mio padre quando si è ammalato, e a quel punto fare traduzioni era l’unico lavoro che potessi fare stando a casa. Quello e scrivere racconti, che è una cosa che faccio da quando andavo al liceo. Per cui ho trasformato un hobby in un lavoro. Quando mio padre se ne è andato mi sono ritrovato senza lavoro e troppo vecchio, per cui ho continuato a fare ciò che, per quanto poco, paga. O quello, o la disperazione.
Ma scrivere mi piace. Se domattina trovassi un lavoro nel mio ambito professionale, non smetterei di scrivere, ma sarebbe diverso.
Quanto alle motivazioni “profonde”, credo che chiunque ami leggere prima o poi desideri provare a scrivere. Io ci ho provato, e ho scoperto che mi piace più che leggere.

  1. I tuoi attuali impegni?

Attualmente sto lavorando a un romanzo per un editore australiano – un baraccone avventuroso pieno di mostri marini – e a un nuovo manuale per un gioco di ruolo (sul quale non posso dire nulla per motivi contrattuali, se non una parola: dinosauri); ho anche alcune traduzioni che dovrebbero partire a Settembre. Come self-publisher ho appena rilanciato, in inglese, la mia serie sword & sandal dedicata al personaggio di Asteria: due storie uscite a suo tempo anche in italiano sono già uscite, due storie nuove e inedite usciranno nelle prossime settimane.
E poi ho sempre qualche storia breve che fa la via crucis degli editori americani e inglesi in cerca di un compratore. Viene rifiutata, la ripulisco e la spedisco altrove.

  1. Come si diventa Davide Mana?

Come si diventa chiunque altro, credo. E non so chi potrebbe aver voglia di diventare me.
Ho letto un sacco di libri, e come mi sono sentito dire il Natale passato “hai sprecato la tua vita a studiare.” A me però i risultati non fanno poi così ribrezzo.

  1. Da dove iniziare per seguire le tue opere?

La risposta da paraculo sarebbe “supportandomi su Patreon!” – ma in realtà credo che farsi un giro gratis sui miei blog, strategie evolutive e Karavansara, possa servire a farsi un’idea. Poi ci sono i miei titoli su Amazon. Scrivo narrativa di genere, sia in italiano (sempre meno) che in inglese.
Io comincerei da “Palmira, l’Atollo Maledetto,” perché è un saggio, perché è rapido, costa poco ed è adattissimo all’estate.

  1. Un consiglio a chi sta iniziando come me, come si può capire se si fa parte di chi sa scrivere magari migliorando o chi insegue un mero sogno?

Se avessi la risposta a questa domanda la potrei mettere in commercio in bottiglia.
Io direi che se è una fatica, se è una sofferenza, se al solo pensiero di dover scrivere dieci pagine entro giovedì prende il magone, allora magari è meglio cercarsi un altro lavoro. Ma vale per qualunque lavoro: se ti viene da piangere ad andare in ufficio, una domanda dovresti fartela. E trattandosi di un lavoro, ci si prepara come per qualunque altro lavoro, si legge, si scrive, si fa esercizio, ci si confronta.
Sulla base della mia esperienza – che vale quel che vale, ovviamente – non è bene essere troppo certi della propria bravura: di solito si finisce con lo scrivere da cani. Scrivere è un continuo processo di apprendimento.

  1. Progetti per il futuro?

Sempre, tanti. Il mio editore australiano non lo sa ancora, ma quando gli consegnerò il nuovo romanzo finito, gliene venderò altri tre (beh, per lo meno ci si prova). Sto anche preparando un ciclo di conferenze divulgative che vorrei cominciare a proporre qui fra i colli dell’Astigianistan a partire dall’autunno, perché come dicevo insegnare sarebbe il mio lavoro “vero”.
E poi si continua a cercare una via d’uscita, per pagare i conti e riuscire a fare qualcosa che possa piacere, prima di tutto a me, e poi, chissà, anche agli altri.

  1. Da poco ti abbiamo visto davanti ad una vecchia macchina da scrivere, con un altro scrittore Fabrizio Borgio, esperienza unica, a mio parere, nel suo genere. Il pubblico presente come ha reagito e soprattutto ti vedremo, nel prossimo futuro, coinvolto ancora in iniziative del genere?

Il “duello” con Fabrizio è nato come una specie di scherzo, e un modo per ricordare la buonanima di Harlan Ellison, che in questo modo – con la macchina da scrivere e in pubblico – scrisse ventotto racconti, otto dei quali vinsero almeno un premio letterario ciascuno. È stato strano, diverso dal solito, fisicamente faticoso (anche visti i 34 gradi di temperatura), divertente. Il pubblico ha gradito, o è stato molto bravo a mascherare il disappunto. Ma credo abbiano gradito perché ci hanno proposto di rifarlo in altre occasioni, e noi ci siamo detti, perché no?

  1. A Milano per Strani Mondi il 6/7 ottobre 2018 ti possiamo trovare dentro, attorno, vicino allo stand di Acheron?

Salvo incidenti, sì. Ci saremo io e la mia macchina per scrivere. Seguite il suono dei tasti e mi troverete.

  1. Pubblichi anche in inglese, che differenza noti, se esistono, tra il pubblico internazionale e il pubblico italiano?

Difficile fare delle generalizzazioni. Il pubblico internazionale ha meno filtri. Gli interessa la storia. Diffidano di chi non ha un nome anglosassone, e diffidano dei prezzi troppo bassi. Ma leggono volentieri anche gli autopubblicati. Non gli importa di chi sei amico. Leggono di più rispetto agli italiani. Poi c’è di questo e c’è di quello qui e là, ovviamente. Io credo che le differenze sostanziali siano la vastità del potenziale bacino di lettori (in un mercato con tre miliardi di potenziali lettori, c’è posto per tutti), e sul livello di professionalità richiesto. Come mi disse tanti anni fa, giustamente, Danilo Arona, il mercato di lingua inglese è votato al professionalismo più assoluto.

  1. Parliamo anche della tua attività come insegnate attraverso i tuoi workshop. Di cosa trattano e come si svolgono?

 

Ho cominciato a tenere dei corsi e dei workshop online da circa un anno, da quando cioè sono riuscito ad avere una connessione internet degna di questo nome. Parto dal presupposto che non si può insegnare a scrivere, ma si può insegnare a usare al meglio certi strumenti, per cui i miei corsi di scrittura non si concentrano, per fare un esempio, sul “come si scrive un romanzo”, ma su come si costruisce una scaletta che ci permetta, durante la stesura del romanzo, di non perder tempo e di non smarrirci, ma al contempo restando abbastanza liberi per poter improvvisare.
I workshop sono quelli che finora hanno avuto il maggior successo – si tratta di corsi brevi, pratici, flessibili (niente orari, poche scadenze) e a buon mercato, gestiti interamente via mail. I corsi sono più articolati, e al momento siamo in fase di ristrutturazione: voglio migliorare la logistica e cercare strumenti più efficienti per distribuire il materiale didattico; Google Classroom non è abbastanza flessibile, e le lezioni dal vivo con Google Hagouts sono spesso piuttosto complicate. Salvo incidenti, si riparte quando aprono le scuole.

 

Ringrazio veramente Mana per la pazienza che ha con me e per il suo lavoro che reputo ottimo e incredibile. Ho appena terminato Asteria alla corte di Minosse e sto per iniziare il secondo capitolo. Stupendo, interessante e alquanto coinvolgente. Poi come non apprezzare la sua ironia (riferita all’intervista) e il suo stile di scrittura, ricercato e elegante.

Per cui come dico sempre leggete, comprate e condividete con chi ancora non ha avuto la fortuna di avere un sui scritto tra le mani.

Potete seguire Davide sul suo sito Strategie Evolutive.

 

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