Intervista a Ben B. Korami


Ci siamo, ho chiuso quasi il cerchio iniziato mesi fa con gli autori che mi hanno fatto viaggiare in un fantasy strano, diverso. Qui non ci sono elfi e maghi dal mantello splendente che vogliono salvare il mondo, qui troviamo il fantasi con la i, quello da meNare, quello pieno di guerci e personaggi tra l’oscuro e il gogliardico. Un fantasi che fa sorridere e divertire ma con serieta di chi scrive per passione. Oggi vi offro un altro autore che mi ha concesso l’intervista con grande disponibilità. Grazie di cuore del tempo che mi hai dedicato e buona lettura.

Vi ricordo inoltre che la lettura di questa intervista potrebbe provocare effetti collaterali, quali:

  • voglia di comprare N di meNare
  • leggere N di meNare
  • rileggere N di meNare
  • informarsi sugli autori e comprare le altre loro produzioni (vi do una mano:li trovate tutti qui, in questa pagina nella sezione fantasy)
  • regalare in anticipo N di meNare per Natale a parenti e/o amici

  1. Chi si cela dietro Ben Bamboo Korami e da dove nasce lo pseudonimo?

 

Sono un reduce veterano dell’adolescenza, nato nell’ultimo quarto del secolo scorso, in una grande isola a sud della punta dello stivale italiano, e che, da quasi un ventennio ormai, vive la sua modesta vita in una bella e nebbiosa città del nord Italia, dove riposano le ossa del Sommo Poeta. Dietro al mio nome c’è essenzialmente questo, che è già abbastanza, unito a una passione smodata per l’alienazione. Quella sana ovviamente, quella che solo certi libri, certi film e certi suoni, assaggiati nel corso di nostra vita, hanno saputo darmi. Ciò che oggi sono è solo una naturale conseguenza di certe scelte che ho fatto. Come sempre, del resto, e come un po’ per tutti.

Riguardo al nome con il quale piace farmi conoscere, dirò che esso tradisce la grande volontà di sentirmi senza confini. Chiamandomi non sapresti darmi una nazione certa, né sapresti identificarmi in un fenotipo razziale, né capiresti da quale eremo sto scrivendo. Chi vive senza una sola patria avrà sempre due possibilità, quando non sarà più di questa terra: essere indistintamente dimenticato da ognuno, oppure essere rivendicato da tutti.

 

  1. Come ti sei avvicinato al mondo della scrittura?

 

Beh, diciamo che all’età di sei anni la tribù presso la quale sono stato allevato ha aderito a un antico rito sociale, all’epoca, come anche ora, assai sentito: quello dell’iniziazione scolastica. Insieme ad altri bambini, innocenti come me, sono stato allora forzato a imparare a tracciare simboli su un foglio di carta e a dare a questi un verso e un senso logico. E da quel momento in pratica non ho più smesso. Ho iniziato a scrivere storielle, a fare vignette, poi a scrivere canzoni, poi ancora a scrivere storie più lunghe che chiamavo racconti. Tutta roba finita chissà dove (io in realtà so bene dove sia finita, ma cerco di dimenticarlo), che piano piano si è trasformata e organizzata. Insieme al resto di me. Per un certo periodo, poi, ho anche scritto non per me. Definirmi ghost writer è in genere la cosa più cool che, arrivati a questo punto del discorso, sono solito dire. In realtà si è trattato di qualcosa di molto meno figo e altisonante. La verità è che ho semplicemente scritto su commissione delle cose che altrimenti non avrei scritto e con un nome diverso da quello con il quale scrivo ora. Tutto qua. E’ vero che il passato fa parte di noi e che non deve essere rinnegato e bla, bla, bla. Ma poiché questo passato mi sembra meno entusiasmante di una partita a tombola evito di entrare troppo nei suoi dettagli. Da qualche anno a questa parte, poi, ho deciso di fare un po’ più sul serio. Ed allora eccomi qua.

 

  1. Il tuo primo racconto pubblicato?

 

Il mio primo “Bamboo” ufficiale è stato una very short novel, lunga appena mille parole, dal titolo Ron. Si trattava di un mini-racconto sci-fi che ha vinto un contest online ed è stato pubblicato anche in inglese (su Speculative Fiction in Translation, ndr) e che di fatto mi è valsa l’attenzione di una casa editrice indie, la Acheron Books. Questo avveniva solo due anni fa, nel 2016, ed è in pratica da allora che tutto ha realmente avuto inizio. Da Ron è nato il concept di un romanzo che ad Acheron è parso assai valido, tanto da propormi un contratto editoriale. Al tempo di Ron stavo lavorando a una saga high fantasy, un progetto assai ambizioso che, però, a un certo punto, ho deciso di lasciare da parte. In quel momento ho sentito il bisogno di muovermi verso direzioni diverse e Ron (e il contratto editoriale che avevo appena firmato) mi ha offerto la migliore alternativa possibile a quanto stavo facendo. Ho così iniziato a scrivere altra roba. Racconti brevi, storie weird e pulp, sci-fi o più semplicemente fantasy. Alcune hanno visto la luce e le si può rintracciare qua e là per il web, altre sono in paziente attesa di prendere la loro via. E altre ancora stanno germogliando proprio in questi giorni. A breve, magari, ne riparleremo.

 

  1. Perché il fantasy?

 

Ti risponderò da inguaribile sognatore. Oggi scrivere fantastico significa letteralmente creare mondi. Mondi, che possono essere ciò che noi vorremmo fosse. O che paventiamo possa essere. Mondi, comunque, sempre al nostro servizio. Non credo che nella nostra attuale epoca esista genere artistico -non solo lettarario, qui mi riferisco proprio a espressione artistica in senso lato- migliore per veicolare alle masse le varie tonalità dell’animo umano. Ogni singola idea che nasce sotto questa etichetta è destinata a far sognare, ad aprire universi, a rivelare segreti, a terrorizzare o a insegnare. Non ha nessun limite tangibile, il fanatastico. Esso è tutto ciò che tu vuoi sia, e in esso trovi tutto quello di cui, più o meno inconsapevolmente, avrai mai bisogno. E’ un mare complesso e bellissimo, dove ci nuotano il weird e il dark, l’horror, la sci-fi e la sword and sorcery. E tanta, tantissima altra roba ancora. Ti basta contare le fiere di editoria indie che sono nate (e che continuano a nascere) ogni anno in Italia per capire di che meraviglioso fenomeno stiamo parlando, solo per limitarci al nostro Paese (con tutte le enormi difficoltà del caso, per carità, delle quali chi fa editoria per mestiere potrà senza dubbio dire molto e meglio di me). Che tu voglia comunicare rabbia, o gioia, che voglia trasmettere senso dell’orrido o avvincere qualcuno in una storia d’amore, non credo oggi ci sia modo più facile (e bello) per farlo del produrre arte fantastica. Le potenzialità del genere sono praticamente infinite. E quindi ecco perché il fantasy.

 

  1. Altri progetti per il futuro?

 

Tanti. Anche perché non ci sarebbe futuro se il presente non fosse occupato da progetti. Ho corposi files di archiviazione di idee, dei quali adesso eviterò di parlare per non essere tedioso. Mi limiterò a citare la mia attuale working list, dove trovano posto solo le cose che conto di chiudere entro i prossimi mesi. Si tratta di tre progetti, che stanno rotolando paralleli, ormai a diverso stadio di maturazione

C’è un imminente nuovo racconto sci-fi (dalle forti venature weird) che entrerà in una raccolta edita da un’ottima casa editrice indie italiana, tradotta anche all’estero (il cui nome per il momento taccio, visto che proprio in questi giorni si stanno definendo i contorni della cosa e non vorrei peccare di presunzione a bocce non ancora del tutto ferme). Molto a grandi linee, si tratterà di esplorare il tema dell’uomo contro le sue malattie, in un near future alienante e alienato. Inoltre bolle in pentola un’altra raccolta di racconti (questa volta tutti miei) di quello che mi piace appellare con il termine di fantasy lercio, una sorta di deviazione cult del genere grimdark, con ambientazioni tipicamente high fantasy riviste in chiave black humor e, soprattutto molto molto “splatterosa”. Infine sono al lavoro su un romanzo dark fantasy, ambientato nella Sicilia orientale del 1200, in un contesto storico-geografico realmente esistito, e qui popolato da orde demoniache, riti necromantici e esseri umani in tutto simili a orchi. Tutti questi progetti saranno collegati a etichette indie, e la mia speranza è quella di vederli prendere definitivamente il largo nel corso del 2019. Speriamo.

 

  1. Sei parte della masnada di N da meNare con il racconto ‘L’ artiglio del sole’ come è nata la collaborazione ?

 

E’ il classico esempio di come da cosa spesso nasce cosa. All’inizio del 2018 ho risposto alla chiamata alle armi per il contest Schiaffantasi, da parte del collega-amico Luca Mazza. Il racconto che avevo scritto, che alla fine si è classificato secondo, e che peraltro al momento rimane ancora inedito, mi ha fatto vincere il premio più importante: la stima e la fiducia dello stesso Luca e di Jack Sensolini, i veri padri del progetto “N di meNare”, con i quali è poi anche nata un’amicizia che ha bucato il confine virtuale dei social. Dopo un breve scambio di battute con loro due, e qualche idea buttata là per là, è venuta fuori la mia passione (condivisa) per il western distopico e da lì il passo verso la nascita del concept de L’artiglio del Sole è stato assai breve. Ho scritto il racconto in poche settimane. Sapere che l’antologia  stia attualmente andando bene, e pensare che dentro ci si possa imbattere anche in questo mio contributo narrativo, insieme a quello di altri quindici autori bravi e sicuramente più blasonati del sottoscritto, è una di quelle cose che mi ha reso più soddisfatto ultimamente.

 

  1. L’autore che più ti ha influenzato?

 

Per quanto, in senso lato, adori il cult in tutte le sue forme ed espressioni, a domanda secca darò risposta secca: Cormac McCarthy. Io amo quell’uomo. Punto.

Poi, volendo scendere un po’ più nel dettaglio, risponderò così, come ho fatto già in passato: immagino il mio modesto mondo creativo come un’area dal perimetro variabile, sulle cui pareti fluide e cangianti ho di volta in volta trovato scritti i nomi di Stephen King, Chuck Palahniuk, Ernest Hemingway, Isaac Asimov, ed Edgar Allan Poe, tanto per citare alla rinfusa i primi che mi vengono in mente. Ma è anche a gente come Jimy Hendrix, Fabrizio De André, John Carpenter, Quentin Tarantino, i Led Zeppelin e a tanta, tantissima cinematografia vintage ed essenziale che ha accompagnato gli anni della mia crescita, che oggi mi sento di dire grazie. Per quello che sono e per quello che, sempre grazie a loro, non sono mai diventato.

 

  1. Che cosa serve fondamentalmente a un autore per riuscire a farsi notare?

 

Dovrei rispondere a questa domanda quando sarò anch’io tra gli autori che sono stati notati!

Scherzi a parte, credo che oggi chi scrive debba avere un po’ il coraggio di osare per sperare in un qualche ritorno concreto. La letteratura – e la letteratura fantastica in particolare- ormai ha davvero esplorato ampie zone dello scibile e del concepibile. Oggi ai nuovi autori, tanto quanto ai vecchi naturalmente, è sempre più richiesto di provare a spingersi oltre i confini della loro confort zone. Il problema è spesso rappresentato dai terreni infidi e scivolosi che ci sono oltre quei confini. Essere troppo originali, mischiare troppo le carte in tavola con i cross-over di genere, stressare troppo alcune dinamiche di trama, estremizzare o a volte sovvertire troppo alcuni canoni stilistici, sono tutte cose che quelli che oggi scrivono (e ovviamente mi ci metto in mezzo anch’io) purtroppo spesso si ritrovano a fare. A volte va bene, altre decisamente no. Ma per fortuna esistono gli editor, quelle figure taumaturgiche ed essenziali che tutti noi scriventi storie dovremmo venerare, e che tante volte evitano che certe derive prendano forma, restituendoci lo splendore della nostra primigenia idea ultracool. Ed è quindi la ricerca spassionata di editor, e di bravi editor in particolare, che mi sento essenzialmente di raccomandare a chi oggi si mette in testa di scrivere con il fine di pubblicare in modo professionale. E’ solo con un editor che un’idea geniale ritenuta meritevole potrà veramente diventare un’opera d’arte che meriterà di essere letta. Oppure, nel caso di un’idea insulsa, essere giustamente dimenticata, senza troppi dolori.

 

  1. Come sei organizzato per la stesura di uno scritto?

 

Il mio schema è sempre lo stesso: arriva l’idea, appunto al volo il mio high concept, e immagino a grandi linee il finale (e quindi il senso) verso cui voglio tendere. Poi lascio decantare il tutto, a volte anche per mesi. E quando periodicamente mi rimetto a leggere quegli appunti, quanto avevo abbozzato tempo prima potrà avere solo due destini: o l’eliminazione definitiva o la promozione alla fase due. Tutto ciò che arriverà alla fase due verrà quindi messo in una sorta di waiting room, con la previsione di poterci lavorare in un orizzonte temporale a breve termine.

Quando scelgo di iniziare una nuova avventura creativa, il primo passo è sempre rappresentato dalla lettura delle fonti inerenti i passaggi tecnici di ciò che mi appresto a scrivere (dovrò pur sapere qualcosa di più della rarissima sostanza radioattiva definita unonoctio se davvero intendo infilarla nella mia storia!), poi viene la creazione del mondo in cui si svolgeranno i fatti e finalmente l’elaborazione dei personaggi. Solo allora organizzerò la mia fabula, finita la quale sarà il momento di intrecciarla in una degna trama che provvederò poi ad arricchire di particolari. E quindi inizio davvero a scrivere.

Una cosa che ho imparato in questi anni sulla mia pelle è quanto sia fondamentale sedersi davanti alla tastiera con in testa un piano più o meno chiaro da seguire. Personalmente, quando non ho fatto così, in passato, ho finito con lo smarrirmi miseramente. Quindi, che sia serata da duemila battute o (assai raramente) da diecimila, la cosa essenziale ritengo sia sempre quella: sapere sempre cosa stai per scrivere.

 

  1. Il momento che ami e odi di più dalla prima battuta scritta alla pubblicazione?

 

Sono essenzialmente due. Il concepimento dell’idea, quel momento magico in cui rimani folgorato dal nuovo concept che ti si è appena formato in testa. E poi il vedere il prodotto finito sotto forma di libro, nelle tue mani. In mezzo a questi due estremi ci sei stato tu, c’è stata la tua vita, che nel frattempo è maturata con te. E con il libro che stavi scrivendo, ora dopo ora, notte dopo notte. Chi scrive, chi ama veramente fare questa cosa assurda e meravigliosa, magica e infinita, a volte stressante, frustrante, dispendiosa, ma comunque sempre salvifica, sa bene di cosa sto parlando.

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