Gli immortali

Il racconto seguente è una prima bozza, pubblicato a seguito dell’articolo “Show, don’t tell!”

1

Scrivo, perché mi piace.

Scrivo, perché non ne posso fare a meno.

Scrivo, perché sto male se non lo faccio.

Scrivo, perché è un’ossessione.

 

 

Per le prossime tre ore la casa è silenziosa, per cui posso creare e costruire mondi a mio piacimento. Sono nel mio particolare universo.

L’immaginazione.

Posto alquanto pericoloso, perché il mio cervello macina in maniera differente dalla maggioranza delle persone la realtà che mi circonda. Io vedo nero, sogno nero, penso nero! Non seguo lo sport, ne vengo attirato solo, quando si scatenano eventi tragici. Moto Gp, formula uno e ciclismo sono quelli che sfornano eventi degni di nota, che solleticano le mie sinapsi ma anche la cronaca straordinaria mi aiuta. Non tanto i cataclismi naturali (tranne il tsunami che mi eccita, fino a provocarmi un orgasmo quasi fisico) ma le tragedie causate dall’uomo. Quando la Concordia s’incaglio, eseguendo l’inchino, sono rimasto ore davanti alla tv, ipnotizzato da quel mastodonte di metallo morente sul ciglio dell’isola.

Quindi non mi rimane che scrivere di questo.

Storie d’amore e commedie vanno bene per chi guarda il grande fratello o la D’urso la domenica pomeriggio, agognando vite che non avranno mai. Io voglio che ì protagonisti soffrano, sudino sangue, che tocchino il fondo e forse, dico forse, raggiungano la tanto sperata meta.

Contrariamente a quanto detto sino ad ora, però ho aspettato la tarda età per scrivere. Bloccato dalla paura del giudizio, dalla paura della pagina bianca e dall’inesorabile tempo rubato dal fottuto lavoro, che paga le bollette e mi riempie lo stomaco. Impiego che regala poche ore di libertà, in cui devi decidere se occuparti delle faccende giornaliere, come lavarti, cucinare e dormire o metterti a soffrire davanti alla pagina bianca.

L’anno scorso allo scoccare del quarantesimo però mi sono deciso, dopo una brutta influenza che mi ha costretto a letto per due settimane, ho rispolverato i miei vecchi racconti e gli ho dato nuova vita. In pochi mesi il mio primo libro era finito. Che soddisfazione! Le parole sono fluite senza troppi intoppi. Prima stesura, seconda stesura e bozza finale, in poco meno di quattro mesi, per poi arenarsi (come la Concordia) nella correzione bozze. Tallone d’Achille per i miei studi mancati (ho terminato la scuola media inferiore)che mi ha costretto a rileggere e riesaminare il tutto in altri sei mesi.

Ho tagliato, cucito e dato vita infine a “Paure”, mio primo figlio cartaceo, un patchwork di parole, forse più simile al mostro di Frankenstein che a un sano e paffuto bambino (sperando che non si rivolti contro di me proprio come con Victor).

Nonostante tutto il mio lavoro, le recensioni ottenute sono state ottime (avevo un disperato bisogno di un consenso positivo).

 

Mi sono preso una pausa dopo la fatica letteraria, per il bene della mia famiglia. Dovevo essere presente, cercare di aiutare il mio figlioccio nei compiti, portare a cena fuori la mia compagna e sistemare la casa delle vacanze prima dell’estate. Insomma non potevo estraniarmi dalla vita sociale che mi sono faticosamente costruito, per rimanere confinato nella mia immaginazione. Avevo fatto anche un buon programma giornaliero che scandisse ì momenti di scrittura con i momenti reali, ma passata una settimana sentivo premere nello stomaco una sensazione opprimente. Decine d’idee si affollavano nella mente, incapaci di trovare sfogo se non somatizzandosi in crampi, mal di testa e irritazione. Avevo rotto l’argine, iniziando a scrivere e non potevo più esimermi. La carta mi chiamava, mi desiderava, voleva che mettessi nero su bianco, tutto quello che veniva rigurgitato dal mio cervello.

Ho sospeso la pausa e riacceso il computer.

L’ansia e tutti i mali che mi stavano affliggendo sono spariti, fagocitati dalle lettere che si sono via via formate sul foglio bianco.

 

Adesso sono pronto per il decimo capitolo del mio nuovo racconto.

Mentre mi appresto a inserire il corsivo, per una battuta sporca del protagonista, qualcosa mi distrae.

Una risatina sottile rimbalza sulle pareti di casa.

Mi guardo attorno sorpreso. La tv è spenta.

Il suono continua.

Mi alzo per andare a vedere se le altre tv in camera e cucina siano la fonte, ma anche loro giacciono sugli scaffali prive di vita.

Torno in sala. Non sento più niente.

Mi accendo una sigaretta e mi rimetto a scrivere. Il suono dei tasti è confortante e rassicurante.

La risata giunge dalla mia sinistra e sobbalzò, quasi cadendo dalla sedia.

A quella voce acuta e stridula se ne aggiungono subito altre, aumentando s’intensità.

I suoni sempre più forti arrivano dalla mia libreria.

Vorrei scattare via ma non posso bloccato dal panico.

Sono i libri che danno vita a questo suono. Scossi dalla vibrazione sonora che sta raggiungendo vette sempre più alte di decibel, si muovono sino a cadere uno a uno dagli scaffali. Mi muovo la paura ha scalzato l’immobilita del panico e scatto verso la porta.

La mia mente razionale partorisce solo una spiegazione.

Un terremoto.

Mentre sto per aprire la porta, il suono s’interrompe.

Rimango con la mano sulla maniglia, indeciso ma riabbraccio la razionalità e torno alla scrivania.

A terra ci sono una decina di libri. Li osservo per qualche istante e mi decido a raccoglierli, scacciando l’idea di aver percepito realmente quei suoni.

Barker, King, Lovecraft, Carroll, Poe, Asimov e Verne tornano al loro posto.

L’ultimo libro, di Eco, mi scivola tra le mani e mentre lo afferro per non farlo cadere, mi si rivolta contro.

La copertina si apre e si richiude voracemente sulla mia mano. Non mi ferisce, per fortuna non ha in dotazione denti e zanne. Urlo cercando di strapparmi la trasposizione cartacea di un Critters e mentre faccio leva con l’altra mano, una voce risuona potente. Anzi sono centinaia di voci.

I libri mi stanno apostrofando.

«Tu non sei uno scrittore, sei solo un pallido riflesso. Un aggregatore di lettere a caso. Tu non sei nessuno!»

La mia paura più grande si è materializzata.

Gli scrittori, quelli veri, (Dei incontrastati dell’olimpo moderno) mi stanno giudicando, ritenendomi un insulto alla loro arte.

La testa inizia a girarmi facendomi perdere l’equilibrio.

Sto sognando, ne sono sicuro. Allungo una mano e mi appoggio alla tastiera.

Non trovo quello che mi aspettavo.

Le confortevoli lettere scritte in bianco su sfondo nero della tastiera, sono sparite, sostituite da un pozzo nero, dove la mano affonda senza trovare alcuna resistenza. L’unica cosa che percepisco, prima di svenire è lo sfrigolio della sigaretta, che si spegne al contatto del liquido scuro.

 

 

2

 

 

Apro gli occhi.

Mentre l’eco delle parole che hanno ucciso il mio ego, continua a farsi strada nelle viscere, facendomi sanguinare, con una mano cerco di farmi scudo dalla forte illuminazione presente.

Guardandomi attorno, decido che forse era meglio continuare a dormire.

Non sono più in casa mia.

Davanti a me si stende un deserto bianco, sembra ghiaccio. Ma non si tratta di quello, la mia prima impressione è sbagliata. Mi avvicino con il naso al terreno e l’odore conferma il mio pensiero.

Carta.

Mi alzo e perlustro la zona. Osservo carta ruvida e sottile che crea contrasti, rendendo tutto reale, tridimensionale.

La luce è forte e diffusa. Sopra di me un sole nero risplende nella sua totale oscurità. Riesco ovviamente a fissarlo e dopo poco noto che è composto di migliaia, forse milione di punti, che per quanto simili, sono in realtà differenti l’uno dall’altro.

La certezza di sognare è forte, immagino il mio corpo disteso sul tappeto del mio studio, agonizzante a causa di un colpo al cuore. Non può essere vero quello che vedo. Alcuni punti nell’astro in cielo, risultano leggermente sbavati e so benissimo da cosa è causato un simile effetto.

La battitura di una macchina per scrivere, quella che usavo da ragazzo per redigere le avventure di R2D2 nel mio quartiere, (ero ancora inconsapevole dell’esistenza del copywriter). La macchina aveva un difetto di fabbricazione e sul punto, sbavava sempre, rendendo l’interpunzione molto fastidiosa da vedere.

Mi alzo per esplorare meglio quella landa desolata. Ci sono colline, pianure e in lontananza vedo anche delle montagne.

Noto che la distesa bianca non è poi così bianca. Macchie scure di varia intensità si sovrappongono al candore. Una è vicino a me. La raggiungo.

Altra stranezza. L’erba nera che ho davanti è formata da tanti punti esclamativi di varia grandezza e font.

Un Garamond da venti, un Times da quarantotto, un Courier da tretasei, ecc.

Li tocco e si sfaldano disperdendosi ma appena le ceneri toccano la pavimentazione, subito rinascono altri steli, con font e grandezze diverse.

Un rumore mi distrae, forse acqua. Ne cerco l’origine e una volta raggiunta davanti al mio sguardo, si dipana un enorme corso. Il liquido è nero. Probabilmente inchiostro vista la natura del luogo.

Percepisco movimenti sotto la superficie, ma forse è meglio non sapere e comunque non ho il tempo, una voce diffusa come la luce mi indica una via.

«Dirigiti a est!»

La voce è calda paterna e sono sicuro di averla già sentita ma non la focalizzo.

L’est. Dove cazzo è l’est?

Mi guardo attorno ma non mi è possibile stabilirlo.

Qualcosa mi afferra i pantaloni. Non grido solo perché la mia voce è più lenta dello sguardo. Un mucchietto di ossa, simile a un cane mi mordicchia il vestito. Sembra un bassotto.

Non ho paura, anzi la sua estremità posteriore che un tempo congiungeva la coda, si muove e intuisco che gli sono simpatico. Gli accarezzo la testa priva di carne e pelo e lui per risposta mi mordicchia la mano, lasciando vistosi punti neri sulla pelle. La sua bava consiste in minuscole lettere disposte a caso sul dorso della mia mano. Sono rapito da questo mondo effimero, dove tutto è un non sense, però mi sento a casa. Questo è il mio mondo, questo è il mio universo!

Vuole essere seguito! Ne sono certo.

Camminiamo per ore, minuti, giorni? Non saprei dirlo. Il sole nero è immobile, quasi sullo zenit e sembra non abbia intenzione di cambiare posizione. Qwerty, non potrei chiamarlo in altro modo, corre felice davanti a me.

All’orizzonte noto qualcosa di diverso.

Una casa.

La raggiungiamo. Il piccolo fossile si ferma, mi fissa, va vicino alla porta, si siede e ritorna verso di me, continua così finche anch’io non mi trovo davanti all’uscio.

La struttura è un cubo di qualche metro di lato. Giro intorno per farmi un’idea ma non ci sono finestre che possano aiutarmi a capire. L’animale raschia la soglia con le sue zampe, vuole che io entri dentro   .

Apro la porta, lo invito a seguirmi ma non lo fa. Si stiracchia e si accoccola sull’uscio. Apre le fauci in meraviglioso sbadiglio disarticolato e perde interesse per me.

 

 

3

 

 

 

Mi ritrovo in una stanza enorme, contrariamente all’aspetto esterno. Le pareti sono spoglie, spesse e ruvide come un foglio A4 Fabriano. C’è una porta dirimpetto a me che non avevo notato all’esterno. Cerco di raggiungerla ma al mio passaggio iniziano a materializzarsi immagini disegnate a matita sui muri.

Sono copertine di libri.

Mentre percorro il lungo corridoio, la porta si allontana sempre di più, questo perché (ne ho la certezza) in quella stanza troverò tutti i romanzi che ho divorato con passione nella mia vita.

Da lettore compulsivo quale sono, il viaggio in quest’anticamera (so anche questo) durerà parecchio.

Infatti non vengo deluso, arrivo in fondo, stremato dai ricordi.

Il mio primo libro Il buio oltre la siepe seguito Scheletri di King, Furore di Steimberg, Ascensore per l’inferno di William Hjortsberg, L’odissea di Omero, L’abc della relatività di Russell, 1984 di Orwell, Il signore delle Mosche di Golding, Il signore degli Anelli di Tolkein, Il trentasettesimo Mandala di Caidlaw e centinai di altri titoli, alcuni non ricordavo di averli letti come per il magnifico libro Stanotte il cielo cadrà! Ma appena studio il quadro, riesco a ricostruire la trama e il periodo in cui è stato letto.

Sono davanti alla porta ma tentenno, sono certo che lì dentro ci sia qualcosa d’importante ad attendermi.

Mi decido e spalanco la soglia.

Una stanza enorme mi accoglie. Soffitto alto, vedo un affresco ma non ne riconosco l’autore. Le immagini disegnate sono contorte e deformi. Mi accorgo che non è la visione di un pazzo ma ci sono centinaia di forme  che si sovrappongono impedendo un qualsiasi riconoscimento. Alle parte ci sono finestre istoriate monocromatiche, qui colgo qualche allusione ma non riesco a definirle perché mutano costantemente. Cinque candelieri imponenti illuminano, nonostante la fiamma sia nera, questa nuova surreale visione.

Davanti a me si trova una piccola scrivania con una vecchia macchina per scrivere. Sullo schienale vi sono incise due parole che mi lasciarono di stucco.

Gabriele Lunchi.

Il mio nome e cognome. Quella postazione è la mia. Sulla destra vi sono degli scranni con una decina di presenze. I lineamenti sono sfuocati rendendoli irriconoscibili ma mi stanno osservando ne sono sicuro, ma non è quello a farmi tremare e preoccupare.

Superata la mia postazione, ne vedo altre, tante, troppe. Le conto velocemente, circa una quarantina, tutte identiche alla mia ma speculari e tutte occupate.

Le sedute però non sono occupate da persone ma da scheletri. Bianchi, scintillanti e completi, nella loro bellezza minimale.

Sento le orbite vuote fissarmi come tante ventose che si appiccicano sulla mia pelle. Mi studiano, cercano di capire chi sono e cosa ci faccio qui.

Mi avvicino con riluttanza. Nessuno mi ha detto cosa fare, ma calpestare un mondo onirico come quello mi ha predisposto a coglierne tutte le sfaccettature.

Se le loro sedie sono come la mia, posso sicuramente leggere i nomi di tutti i presenti. Supero la mia postazione ma qualcosa mi respinge. Non mi è data la possibilità di unirmi a quel gruppo.

Non serve comunque, perché osservo l’essere più vicino e tutto si rivela. Lo scheletro è immobile, seduto, composto e statico. Gli arti superiori sono appoggiati sulla scrivania di fianco alla macchina. Dentro quelle orbite vuote trovo la soluzione.

Vedo mondi, storie e personaggi.

Non li riconosco tutti ma uno in particolare mi svela l’identità del suo creatore. Dentro quel vuoto, si è materializzato un ancestrarca. Kabal spirito guida della famiglia Kabalcanti. Personaggio di Eternal War, libro che avevo letto pochi mesi prima.

Lo scheletro è Livio Gamberini, scrittore italiano.

Li osservo uno a uno. Sono tutti i miei personali idoli.

Una citta fatta di carne e sangue, protagonisti che camminavano sui fili elettrici e crepe che si dipanano sui muri.

E’ Luigi Musolino dal libro Uironda.

Una fessura in una vecchia chiesa, che permette di osservare una santa.

Danilo Arona con il suo famoso ‘Autunno di Montebuio’.

Personaggi con una fessura trasversale in mezzo al viso.

Davide Mana con ‘L’odore dei luoghi vuoti’

Presenze inquietanti in ‘Ognisanti’ o notturni orrori milanesi.

Samuel Marolla.

Il giallo, l’antimeridiano, passaggi dimensionali e temporali e quartieri totalmente abbandonati a se stessi.

Massimo Spiga

Torino, zombi, ponti che saltano e case Bunker.

Gualtiero Ferrari

Per non parlare di Nerozzi, Vergnani, Astori, Boselli e altri che conoscevo a malapena.

Due regine nere spiccano tra le tante presenze maschili.

Osservo prima un teschio e poi l’altro, deliziandomi delle creature che vedo sfornare. Draghi, terre del vento, assassini che vengono addestrati sin da piccoli, contrapposti a mano mozzate in ascensori, torture, lune rosso sangue e un’ eroina dell’investigazione Aurora Scalviati, di cui ancora non avevo letto ma semplicemente scaricato il libro sul mio Kindle, in attesa di finire ‘I signori della notte!’.

Le due donne sono Licia Troisi e Barbara Baraldi.

 

Gli altri scheletri non li riconosco. Lo ammetto sono ignorante.

E’ quasi un anno che m’interesso alla cultura Horror, fantasy, weird italiana ma non avevo che scalfito l’iceberg nostrano. Sin da piccolo ero rimasto affascinato dagli scrittori stranieri ma avevo una sorta di ritrosia, verso gli orrori locali privandomi così, di una dimensione incredibile e ricca. Sapevo di aver scoperto l’acqua calda ma per me, in questo periodo è un filone d’oro che giorno dopo giorno porta alla luce meraviglie.

Per questo sono intimorito.

So che dovevo sedermi di fronte a quelli, che ho decreto essere miei eroi personali. Coloro che sono arrivati a conquistarsi un posto di primo piano, scrivendo d’incubi e deliri. Non solo c’è una piccola questioncina che mi sta facendo sudare, appiccicandomi la maglietta al torace. Non ci può essere paragone. Loro sono laureati, studiosi, ricercatori, traduttori, hanno scritto decine di racconti e di libri, parlano diverse lingue…

Potrei continuare ma mi devo calmare, non posso svenire davanti a tutti.

Per cui penso a cosa ci accumuna.

La voglia di scrivere. L’ossessione di scrivere. Passo ore, scrivendo, leggendo, informandomi, scaricandomi guide su come migliorare la grammatica. Cerco sinonimi sul vocabolario. Scrivo, rileggo, correggo. Immagino. Faccio decantare la storia, poi scrivo ancora, rileggo e correggo.

Ho conseguito solo la terza media perché mi ero perso e per lo stesso motivo non ho avevo mai finito un racconto.

Ma oggi ci sono. Da anni ho ritrovato la strada e quel percorso mi ha portato a scrivere, a sognare ad ambire.

So perché sono qui. Una voce alle mie spalle mi fa sussultare.

«Oggi hai una grande opportunità. Puoi competere con loro!»

Mi giro e mi trovo a fissare un altro scheletro.

La voce è la stessa che mi aveva indicato la via nel deserto bianco.

Non mi serve osservare dentro il teschio per capire che di fronte a me si è materializzato il grande e unico scrittore, che conoscevo sin dall’infanzia. Riconosco la cadenza sentita tante volte, su you tube, durante le sue interviste.

Davanti a me c’è Tiziano Sclavi.

E’ lui che ha contribuito alla mia nascita come appassionato del genere.

 

L’incontro era avvenuto decenni prima dal barbiere di quartiere, dove tra le riviste anonime appoggiate sul tavolino, spiccava un fumetto.

Dylan Dog numero 41. Golconda.

Presi l’albo di soppiatto, senza farmi vedere da mio padre e lo divorai tutto d’un fiato.

Ho avuto incubi per settimane. L’occhio gigante nel parco con i tentacoli assassini, era troppo per la mia giovane età (frequentavo la terza elementare) ma il germe era stato piantato.

Ho letto non tutto, ma ‘quasi’. Apocalisse tra tutti mi ha colpito particolarmente, ho cercato un significato per settimane. Mi chiedevo perché ì protagonisti continuavano a sistemarsi le maschere. Era metaforico o reale? Erano alieni o semplici uomini che fingevano?

Il dubbio persiste ancora oggi. Per questo è venerato dal sottoscritto, per quella sensazione di disagio che un suo libro offre. Una sua storia non era mai scontata, come di tutti i presenti che mi fissavano d’altronde.

«Puoi farcela. Siediti e affrontali!»

Senza controbattere, ho eseguito il suo invito.

Gli scrittori sono ancora fermi.

 

Guardo i miei idoli e ancora non capisco perché vedo scheletri invece che persone, in fin dei conti sono tutti vivi e in ottima salute, almeno credo. Mi sovviene subito la risposta, che è molto semplice.

Tutti loro hanno superato la soglia del comune mortale.

Il ricordo dei ‘normali’ quando passano a miglior vita, dopo un paio di generazioni, quando sono fortunati, svanisce proprio come le ossa nella tomba. Scrivendo e superando lo sbarramento dello “scrivo solo per me”, l’essenza muta diventando qualcos’altro. Le loro controparti mi mostravano esattamente questo. Niente più sangue e carne ma carta e inchiostro. Sono immortali. Le idee che hanno partorito li hanno resi tali.

Mi giro verso Sclavi e osservo da più vicino le ossa. In effetti ogni parte dello scheletro è composto di carta. Carta stampata. Sono sicuro che le piccole lettere che vedo formano le sceneggiature, i racconti, i romanzi che l’hanno reso celebre.

 

C’è un abisso tra loro e me. La mia carne e il mio sangue lo dimostrano.

Non sono niente, sotto l’aspetto artistico. I libri che mi hanno deriso prima che giungessi in questo mondo, hanno ragione.

Una campana risuona.

I maestri, i miei idoli iniziano a battere con voracità sui tasti, il teschio leggermente inclinato per osservare la loro opera e le dita sottili intente a soddisfare la brama dei lettori. Le pagine iniziano a fluire una dopo l’altra.

Io sono ancora fermo.

La pagina inserita nel rullo è un muro bianco. Per quanto, al sicuro nel mio studio so cosa scrivere, davanti a loro, la mente si è svuotata, risucchiata dalla concreta verità, di essere realmente incapace di competere con il loro genio.

Devo provare, mi costringo a uscire da quell’immobilità da persona mediocre, in fondo mi hanno chiamato proprio per questo. Qualcuno mi ha dato la possibilità di unirmi a loro, di far parte della cricca.

Le dita sono pronte, le appoggio sui tasti e… urlo ritirando le mani di scatto.

La sfida si presenta più ostica del previsto. Dai tasti si ergono per qualche millimetro, piccoli aghi, pronti a farmi sanguinare i polpastrelli.

Sono fottuto.

Non posso scrivere, senza farmi del male.

«Devi credere in te stesso! Tu non scrivi per loro, ma per te!»

Sto per ribattere ma il maestro dietro di me, appoggia una mano sulla spalla e mi sprona: «La scrittura è sofferenza, nessuno scrive ridendo. Supera il dolore e dai sfogo alla tua immaginazione! Sfrutta il dolore a tuo vantaggio.»

 

Chiudo gli occhi cercando di non pensare dove mi trovo e a chi devo sfidare. Cerco di renderli più umani e alla mia portata e scavo nei ricordi.

 

Di tutti loro, solo due hanno incrociato il mio cammino al Cartomix di Milano.

Gamberini e Spiga.

Simpatici, alla mano e disposti al dialogo.

Livio mi ha offerto da bere un bicchiere di sidro, mi ha dato un paio di consigli sul mondo dell’editoria e abbiamo riso per la mia ansia da prestazione per l’uscita imminente del mio libro. Mi rilasso, sono persone umane, posso farcela, posso reggere il confronto (spero!).

Appoggio nuovamente i polpastrelli sui tasti e cerco di pensare a una storia, a un evento o semplicemente la descrizione di un personaggio.

A casa tengo un file, con tutte le visioni che mi vengono durante il giorno o nel cuore della notte. Cerco di ricordare e mi sovviene un’idea.

Una storia incompiuta lasciata a marcire in un cassetto.

Marynia Aur.

La vecchia strega che viveva in un mondo dispotico.

Inizio a battere incurante del dolore, il sangue dopo poche parole fuoriesce copioso filtrando tra le sbarre dei tasti. Però la sofferenza (come diceva Sclavi) non è inutile, il liquido risale inzuppando il rullo.

Scrivo la mia opera con il mio stesso sangue.

 

 

 

  

La polvere si alza sulla scia delle vecchie ruote ferrate.

Due figure, una per carro, guidano i cavalli nella notte sulla vecchia rotta di Pericon.

La luna mostrandosi a trattti illumina il loro percorso rendendo tutto pallido e con il sapore di morte. E’ quasi l’alba, per cui la sista è obbligatoria.

Domani arriveranno nella città di Calmor. E li potranno rifornirsi. I viveri sono quasi finiti.

Non offre molto questa terra desolata e dimenticata da dio. Da settimane non incontrano nessuno l’ultimo villaggio è solo un ricordo, ma domani la civiltà.

Già una parola grossa e quasi priva di senso in quest’epoca. Sarebbe più giusto dire ANARCHIA. La legge del più forte.

La vita continua certo, ma le grandi citta non esistono praticamente più, ci sono solo villacgi dispersi e distanti tra loro. Le comunicazioni sono minime. Solo grazie a commercianti ed avventurieri arrivano notizie e merci.

I carri si fermano.

Scendono le figure avvolte in mantelli pesanti.

Nel deserto, di notte fa freddo.

L’uomo che guida il secondo carro è imponente,quasi un gigante,i suoi muscoli si tendono sotto i vestiti ad ogni movimento.

Ma non è in grado di prendere una qualche decisione. Se il suo corpo è possente,il suo spirito lo ha abbandonato anni prima.

 

 

Mentre scrivo, qualcosa mi punge diverse volte.

Zanzare infami.

Sono infastidito, quegli stupidi insetti infestano il mio sogno (perché è di questo che si tratta, giusto?), ma non dispero e continuo a descrivere quello che vedo dentro il mio cranio.

 

 

 

Marynia l’ha accolto le dave(puntura) eterna ubbidienza. Lealtà oltre i confini.

La vecchia si stira le stanche membra, la sua è un’età indefinibile, le rughe gli scavano il volto in profondità, è piccola e gracile, ma il suo spirito e i suoi profondi occhi verdi dimostrani (puntura) il contrario.

-Siamo quasi arrivati Ben!

Ben alzò lo sguardo, un filo di bava gli cola dal mento.

-Vieni qua, stupido montone.

Prese un fazzoletto dalla tasca del suo siudicio (puntura) mantello e…

 

Mi fermo. Le punture non sono delle zanzare.

Commetto apposta un errore imperdonabile, per verificare la mia teoria.

 

“Hai tuoi stivali, non è per…”

 

Mi tengo pronto, appena sento il pizzico, la mia mano scatta e blocco tra le dita l’artefice del misfatto.

Una lettera.

Un fottuto refuso.

Lo sbriciolo e lo disperdo nell’aria.

Devo stare ancora più attento. Ho una scrittura veloce e tendo a fare centinaia di errori simili in prima battuta. Accenti, doppie, parole deformate, lettere invertite, sono solo un accenno alla difficolta che ogni scrittore (famoso e non) incontra sul suo cammino. Perché se da una parte, una forza indomita e indomabile chiede di uscire con veemenza, dall’altra bisogna saperla convogliare e non è per niente facile.

 

Rileggo e non mi convince. I riferimenti sono troppo clamorosi. Devo pensare a qualcosa d’altro.

Cerco di visualizzare e nel buio più totale mi si paventa un’idea.

 

Scrivo e le pagine iniziano ad accumularsi.

La storia prende il sopravvento, non sento più niente, davanti a me potrebbero esserci cento fighe nude intente a leccarsi la passera a vicenda, che non batterei ciglio. L’unica cosa che m’interessa è scrivere.

Il sangue che si disperde all’interno della macchina, inizia a influire sulla mia costituzione. La pelle si raggrinzisce diventando secca e cedevole.

Le cartelle si susseguono. Dieci, quindici, alla fine ne scrivo una ventina.

La storia è buona, lo so, me lo dice la pancia. L’esposizione, forse non sarà come quella dei miei beniamini ma credo che il tutto sarà perdonato a causa della mia giovane età come membro di quell’accozzaglia di folli, che vivono nel loro mondo immaginario ventiquattro ore su ventiquattro.

Forse li posso stupire, perché l’unica storia che posso raccontare è l’unica che forse non si aspettavano.

Io ho finito ma loro continuano, rapita dalla storia che sta prendendo vita su carta. Sono lacerato dal dubbio.

Forse ho sbagliato, forse dovevo scrivere di più, rendere i personaggi più articolati, i dialoghi più convincenti. Controllo freneticamente i paragrafi, i rientri. Mi sembra tutto regolare. I refusi mi hanno punto un paio di volte, ma ho corretto subito, quindi posso stare tranquillo!

Ho dato il massimo, ma è abbastanza?

No, penso di no!

E’ solo un sogno, un vaneggiamento di un egocentrico malato che crede che può dare qualcosa ma sono certo è tutto nella mia testa. I miei eroi sono sparsi in giro per l’Italia a fare presentazioni, a scrivere, a pensare alla propria carriera, non sono realmente qui, come non lo sono io.

«Smettila!»

Il maestro non ammette repliche. Lo guardo.

Sta sfogliando il mio manoscritto, non mi sono accorto perso nei miei nefasti pensieri, di avere l’onore di essere giudicato da lui.

Finisce il racconto e mi passa i fogli.

Non dice niente, mi fissa e basta.

Vorrei urlagli per chiedergli un giudizio ma svanisce lasciandomi solo davanti a tutti, che stanno ancora scrivendo. Il rumore dei tasti è insopportabile, sembra che all’unisono esprimano il loro dissenso verso di me, giudicandomi.

TU…TU…TU…

 

Io…cosa?

Mi devo rilassare aspettando il verdetto e inizio a rileggerlo ma alla seconda pagina, noto un piccolo dettaglio che aumenta di colpo i battiti del cuore.

Le punta delle mie dita sono trasparenti, riesco a vedere il bianco delle ossa. Altre parti del corpo sono colpite dal disfacimento. Sul viso, riesco a toccare a tratti l’arcata dentaria attraverso le guance che si stanno ritirando velocemente.

 

 

Sembra che il mio sogno si stia avverando, sembra che tutti loro abbiano decretato il mio avvento.

Osservo gli scranni e finalmente scorgo i volti di quelle presenze evanescenti. Gli immortali degli immortali, padri incontrasti dell’immaginazione scura. Parliamo di King, Poe, Lovecraft, Tolkien e tanti altri. Il loro sguardo è duro e severo, non posso confrontarmi con loro, però stanno vegliando su di me dall’alto della loro posizione. E’ già qualcosa. Sono carico ed eccitato.

Le macchine, una a una si zittiscono e gli scheletri prendono di nuovo una posizione statica.

So cosa devo fare.

Mi alzo con i fogli in mano e inizio a leggere, camminando avanti e indietro nervoso e sudando come pochi. Ad alta voce declamo il mio racconto a tutti i presenti, mentre la mia carne si disperde, cadendo e svanendo poco dopo sul pavimento.

L’incipit sembra funzionare.

 

 

 

Scrivo, perché mi piace.

Scrivo, perché non ne posso fare a meno.

Scrivo, perché sto male se non lo faccio.

Scrivo, perché è un’ossessione.

Per le prossime tre ore la casa è silenziosa, per cui posso creare e costruire mondi a mio piacimento. Sono nel mio particolare universo.

L’immaginazione.

Posto alquanto pericoloso, perché il mio cervello macina in maniera differente dalla maggioranza delle persone la realtà che mi circonda. Io vedo nero, sogno nero, penso nero! Non seguo lo sport, ne vengo attirato solo, quando si scatenano eventi tragici. Moto Gp, formula uno…